sabato 7 novembre 2009

Sulle tracce dell’uomo-bufala



Oggi copioincollo un articolo di Marco Cattaneo su quella truffa di programma, bieco e incitante al magico pensiero, che è Voyager. Roba così è come la religione, abitua la gente a pensare in modo mistico piuttosto che preferire la realtà dei fatti.
Mentecatto chi crede alle stronzate.



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Sulle tracce dell'uomo-bufala

Da un paio di settimane a questa parte mi coglie una singolare forma di curiosità morbosa. Così, verso le dieci di sera, mi ritrovo rapito, in stato semi-ipnotico, non già da una nave extraterrestre, ma dalle diaboliche frequenze di Rai Due. Dura una mezz’ora, di solito, il catatonico stato di trance. Ma è bastato, in due puntate, a illuminarmi su svariati enigmi del mondo che ci circonda.

Lunedì scorso apprendevo, dalla voce eccitata del conduttore, quasi in delirio estatico davanti al fascino di quelle antiche rovine, che la civiltà preincaica che secondo gli archeologi fondò la città di Tiahuanaco, in Bolivia, nei primi secoli prima di Cristo, sarebbe da retrodatare al 10.500 a.C. – la data della scomparsa di Atlantide (?????????) – se non addirittura al 15.000 a.C., un’epoca di cui non ci resta alcuna traccia storica.
Alcuni studiosi (???) indipendenti ci facevano sapere, durante il servizio, che le datazioni arrivavano al massimo al 1500 a.C., ma ciò non spiegherebbe la peculiare posizione di Tiahuanaco, che sarebbe stata perfetta per rappresentare la posizione di alcune fondamentali costellazioni (???) proprio com’erano diciassettemila anni fa. E dunque – sintetizzando di molto le conclusioni – chissenefrega se i metodi scientifici di datazione ci dicono che Tihuanaco è di epoca romana (chissà perché non dicono mai che Roma l’hanno fondata gli extraterrestri ma per queste sceneggiature di serie B bisogna sempre cercare località esotiche…), se possiamo inventarci un bel mistero da somministrare ai telespettatori in fascia protetta?

Più tardi, dopo un breve servizio su un cannibale giapponese impunito (storia vera, l’abbiamo raccontata anche su “Mente&Cervello”), in chiusura di trasmissione (e del mio inappagabile stato di trance, raggiunto per di più senza l’uso di stupefacenti) arrivava il piatto forte della serata.

Eh sì. Toccava ai cerchi nel grano. Per l’occasione il bravo conduttore – con i suoi accenti sempre forti, avvincenti – ci portava in provincia di Cremona, in un campo di grano. Dove aveva allestito, con le risorse di mamma Rai, un bell’esperimento. Un ragazzotto inglese piuttosto sveglio e tre suoi amici avrebbero dimostrato, in poche ore, come si potevano fare meravigliosi cerchi nel grano con il solo ausilio di quattro assi di legno legate a una corda e trascinate a piedi da bipedi volonterosi.
Il servizio durava a lungo, ma era ben fatto. Quando alle sei del mattino le prima luci dell’alba hanno rischiarato la pianura padana il campo era solcato da una serie di archi perfettamente simmetrici, con le spighe perfettamente spianate, perfettamente realizzato da quattro esseri umani.
Mistero risolto, stava per dire il conduttore… E invece no, sennò che mistero è? Così ha intervistato l’autore, che spiegava tutto, anche l’anomalia di alcuni cerchi nel grano in cui si trovava materiale magnetizzato (un burlone che, per aggiungere un po’ di pepe, si dilettava di buttare unamanciata di limatura di ferro sulle sue opere). Ma lui no: dopo aver mostrato una foto sgranata degli anni cinquanta nelle vicinanze di una centrale elettrica tedesca, l’uomo dei misteri ci avvisava che l’enigma è ancora tutto da svelare (?????????).

Ieri sera lo stato di grazia è durato meno. Una mezz’ora scarsa. Quanto basta per godersi il servizio “Sulle tracce dell’uomo-falena”, improbabile storia di un essere umano alato e dalle abitudini notturne che nelle brumose serate invernali del 1966 avrebbe spaventato a morte gli abitanti di una cittadina del West Virginia. E fin qui, niente di male. La noia mortale della provincia americana può pur fare brutti scherzi.
Le rogne cominciano quando l’uomo-falena viene avvistato nelle vicinanze di un ponte prima che crolli. E proseguono quando il nostro eroe fa capolino nell’aprile 1986 nientemeno che a Chernobyl (ne ha fatta di strada il ragazzo…). Secondo il servizio, “impiegati della centrale avrebbero visto un enorme uccello nero, con ali larghe sette metri, volteggiare tra i fumi tossici”. O tra i fumi della vodka, chi può dirlo…

Non contento, qualche anno dopo l’uomo-falena (o un suo simile) torna verso casa, per spuntare proprio dietro le torri del World Trade Center in una fotografia “apparentemente inspiegabile” . Il caso vuole, ma tu guarda, che sia proprio l’11 settembre 2001, l’evento più fotografato e registrato della storia: strano che in nessun’altra immagine al mondo compaia il lepidottero maledetto. Non sarebbe il caso di chiedere spiegazioni al burlone (e anche di pessimo gusto) che ha taroccato la foto? Invece nel servizio una surreale testimonianza ci informa che un tale “in contatto con l’uomo-falena” era stato da quest’ultimo informato già nel 1967 del crollo delle torri gemelle: le quali, per la cronaca, non erano ancora state costruite. La fine dei lavori avvenne solo nel 1973.
Pensa tu che visione, mi sono detto, mentre il divano cominciava a volteggiare per la stanza…

In chiusura del servizio mi commuovo quasi, alla vista del conduttore, emozionato, che si augura con voce grave che l’umanità non debba più rivedere all’opera l’uomo-falena, mentre passeggia disinvolto tra le lapidi del cimitero di Point Pleasant. luogo del primo avvistamento.

Per questa paccottiglia al confine non già della conoscenza, come recita il sottotitolo di Voyager, ma tra il paganesimo, la superstizione e il pensiero magico, la Rai investe una parte del canone che annualmente versano i contribuenti. Con, in più, quella sottile truffa semantica della parola “conoscenza” nel titolo. Quasi a suggerire che ci sia un fondamento scientifico, una base solida a cui affidarsi e di cui fidarsi.

Questa sbobba, secondo l’Auditel, se la sorbiscono ogni lunedì sera due milioni e mezzo di italiani, in barba a secoli di pensiero razionale, di indagine scientifica, di metodo galileiano. E forse è per questo che la rete ha deciso di premiare il conduttore con la nomina a vice direttore di Rai Due. Gli ascolti pagano, si vede. Ma dal 2009, si legge nei titoli di coda, Voyager riceve anche il Patrocinio del Ministero dei beni culturali. Quel palazzaccio sul Lungotevere da cui il titolare, Sandro Bondi, taglia fondi su fondi alla cultura italiana. E invece Voyager riceve il patrocinio, in qualità di trasmissione di divulgazione culturale.

Se qualcuno riesce a spiegarmi il nesso tra Voyager e la cultura, giuro che vado dal mio psichiatra, prendo il metadone e già tra due lunedì smetto di vedere Rai Due.

P.S. Intanto, per vedere se riesco a disintossicarmi senza aiutini esterni, domani mi rivedo Religioulous, alle 23.00 su Cult.

mercoledì 4 novembre 2009

Una vita fa


Ho scritto quel che segue in un vecchio mio blog cinque anni fa.
Una vita fa.

Nel frattempo ho scoperto che il mondo della musica professionale può sembrare privo di senso. C'è un disco, che ormai considero vecchio, e che invece è ancora inedito e non si sa quando uscirà di preciso. Così mi ritrovo mani in mano a chiedermi come piffero sono finito nell'inattività.
Dopo 5 anni di avventure in giro per il mondo interiore ed esterno, beh, ora ho altre cose da dire! Ma per ora non si può, o almeno è inutile farlo.
Sono lontano da quel mio vecchio traguardo di un disco all'anno, ma tanto lontano, e ho dovuto capire che è "normale" se fai il musicista.
Ma ho dentro così tante storie che esploderò, tante canzoni che non riuscirò mai a scrivere perché so che nessuno le ascolterà per un bel po'.
Tanto, in quel mondo, ha poco a che fare con la musica.
Rivoglio un po' di sano underground.

Ah, ho scoperto anche una cosetta che mi ha lasciato un bel sorriso che ho ancora adesso. Ora come allora l'Hip Hop è la cosa per cui sono stato messo al mondo.

Keep UP!

Io scrivo perché la gente legga.
È la cosa più importante. Sopra questa motivazione c’è solo la necessità di scrivere, perché altrimenti mi scoppia la testa.
Scrivo da quando ho imparato a farlo. Ho scritto il mio primo racconto vero e proprio, che purtroppo ho perso ma che ricordo piuttosto bene, a dieci anni, e già prima mi scrivevo le favole da solo o immaginavo (e buttavo giù nella mia calligrafia, che è sempre stata incerta e sgraziata) storie con i miei personaggi dei fumetti preferiti.
Non è mai stata una difficoltà, anzi, è sempre stato un divertimento immenso ^__^
Poi, a 14 anni, come d’improvviso, il rap.
Certi amori nascono di rapina.
È bastato che mi regalassero un disco, il primo dei Cypress Hill, per incastrarmi definitivamente.
Fino a quel momento avevo riempito un mucchio di pagine, ed erano rimaste in un cassetto. Da quel momento in poi, per me, la scrittura ha perso il suo carattere privato: volevo che altri sentissero.
La musica ha aggiunto alle parole qualcosa che non pensavo nemmeno esistesse, una dimensione estesa. La parola scritta non fa tremare l’aria. La parola cantata sì.
Ed eccomi qui, dieci anni dopo, con un disco in mano.
Il percorso fino a questo punto è stato lungo, tortuoso, interessante come la vita di chiunque altro, con le sue privatissime e intime tragedie, i piccoli ostacoli, le gioie, gli amori, i casini.
In tutto questo due sole costanti: la scrittura e il rap.
Tra ’94 e ‘95 fu una sorta di orgia: conobbi i Beastie Boys, Frankie Hi-NRG, i Public Enemy, gli M.O.P., il Wu-Tang Clan, Snoop Doggy Dogg, Warren G e un mucchio di altri.
Non sapevo ancora bene l’inglese, ma quelle catene di parole cadenzate erano portatrici della fascinazione più densa e incatenante che avessi mai conosciuto. La prima volta che sentii del rap non politicizzato fatto in italiano si accese una lampadina: POTEVO FARLO ANCH’IO. Non era prerogativa degli americani.
Cominciai a scrivere e non mi sono mai più fermato.
Non intendo fermarmi.
Un disco all’anno mi sembra il minimo, dopo aver cercato così a lungo il modo di farlo. Ora che ne ho la possibilità (e forse anche la maturità, ma non ci scommetto) non vedo motivo per non dedicarmi completamente alla cosa per cui sono stato messo al mondo.

venerdì 16 ottobre 2009

Chi attacca chi?


Io non sono un giornalista.
Ma se lo fossi pubblicherei esattamente quello che pubblico ora, perché mi piace smascherare i bugiardi.

Bugiardo è infatti Silvio Berlusconi, che appena se ne presenta l'occasione punta il dito contro chi lo critica per dire "Brutti cattivi, io non ho mai attaccato nessuno! Sono i giudici che mi odiano, sono comunisti!".

Innanzitutto mente sapendo di mentire.
Ecco, senza sforzo, alcune prove a caso trovate in 5 minuti. Perché certi giornalisti non usano Google? Paura, eh?

In secondo luogo, non serve che sia lui, brutto tesserato piduista, ad attaccare. Basta che le sue televisioni comincino a gettare fango sugli avversari, come sempre fanno e sempre faranno. Magari anche senza ordini diretti, mica servono. Lo schiavo timoroso è sempre in prima fila per compiacere il padrone.
E così ecco cosa succede a Mattino 5, per mano di quell'ameba di Brachino, riguardo al giudice Mesiano, responsabile della sentenza di risarcimento da parte della Fininvest alla Cir di De Benedetti di 750 milioni di euro per la vendita truccata della Mondadori.



Insinuazioni, messa in ridicolo, dicerie.
Il pedinamento è inquietante. Sembra persino un avvertimento mafioso: sappiamo dove bazzichi e non ti sei accorto di noi, occhio.
"Non c'era alcuna malizia - ha spiegato ieri Claudio Brachino - ma solo il senso televisivo di dare un volto a un personaggio che la gente non conosceva di persona".
Certo, e io c'ho le scimmie che mi escono dal culo.

mercoledì 7 ottobre 2009

Resistere, resistere, resistere


Lo sapevo già, ma è bello vederselo confermare. Mi sono tremati i polsi per tutto il pomeriggio.

Il lodo Alfano è (ovviamente) incostituzionale. COMPLETAMENTE incostituzionale.
Lo è perché vìola gli artt. 3 e 138 della Costituzione (chi mi segue già la conosce bene, il link è per gli altri).

Il Lodo Infame, infatti, avrebbe impedito (che bello usare il passato) un equo trattamento di tutti i cittadini davanti all'autorità giudiziaria.
Che già non è equo, perché purtroppo spesso dipende dal conto in banca e dal potere personale, ma vabbè, il principio è salvo e chi sfrutta i suoi privilegi è ancora uno stronzo.

Inoltre è una legge ordinaria, quindi di certo non può cambiare parti della Costituzione (appunto l'art. 3) così, a capriccio. Per fare cose del genere esiste una procedura precisa e molto, molto più difficile, che Silvio non si azzarda a utilizzare perché sa che lo metterebbero sotto.

C'è anche un altro articolo, nella nostra Costituzione, che ora come ora mi fa gongolare.
Art. 136: Quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione.

Quindi da domani, Silviuccio bello, riprendono i processi.
Sappiamo che farai di tutto per interromperli, mandare i reati in prescrizione, ricusare i giudici e ogni altra fantasiosa amenità che i tuoi legali sapranno inventarsi.
Ma processato devi essere e sotto processo, da domani, tornerai.
Nel nome del fottutissimo popolo italiano, buffone.

mercoledì 30 settembre 2009

Ci sono catastrofi e catastrofi



Ieri stavo leggendo un articolo di Debora Billi, quel gran bel cervello che sta dietro a "Petrolio - Uno sguardo dal picco". Blog raccomandatissimo, tra l'altro, per tutti coloro che voglio gettare uno sguardo nel problemone delle fonti energetiche economicamente convenienti. E magari capire come mai si fanno certe guerre.

L'articolo si intitola "Crolli, mammuth, catastrofisti e pronipoti", e parla della diffusa tendenza al catastrofismo di alcuni analisti (me compreso, anche se analista non sono e sono di certo un dilettante ^___^).
Il post di Debora prende spunto da un altro post (che bella creatura, la Rete: moltiplica le idee) su Ottagono Irregolare.

Per fare breve una storia lunga, Debora dice che:
Il post in questione (quello di Ottagono Irregolare NdGobb) è molto divertente, una bella presa in giro ai catastrofisti “siamo al capolinea, fra qualche settimana torneremo a vivere nelle caverne e a cacciare mammuth. Ma i mammuth si sono estinti. Ommioddio senza cibo moriremo tutti!”
Ma oltre a sfottere, espone una teoria con dovizia di particolari: ovvero che sì, gli imperi sono crollati, i Greci tramontati, i Romani finiti, Federico Barbarossa kaputt, gli inglesi ritornati in due isolette e anche gli americani non si sentono tanto bene. Tutto ciò significa forse che "Aiuto! Escono dai fottuti muri! Crolla tutto domattina! Compriamoci arco e frecce!"? Niente affatto. Ogni crollo di civiltà, che sui nostri libri è raccontato in tre paginette (quando va bene in un volume) ha in realtà impiegato decenni per svolgersi, se non secoli. Questa in scarna sintesi la teoria dell'Ottagono (cita anche Titor, gli chiederò di fidanzarci) che conclude:
"Questo per dire che è improbabile che dall'oggi al domani la realtà come la conosciamo finisca e ci si ritrovi tutti in un mondo tipo Mad Max. Ci saranno cambiamenti, ci sono sempre. Ma non li percepiremo, perché esisteranno solo nella mente dei redattori di testi scolastici del 2500 d.C."

Pensandoci sopra mi sono accorto di essere in disaccordo con entrambi.
Se pure è verissimo, come dice Debora, che
una società complessa, interconnessa, ad alta tecnologia ha una resilienza decisamente inferiore a quella di una civiltà "post-pietra" quale quella greca
e che quindi un crollo della nostra particolare civiltà, quella post-industriale, potrebbe anche essere piuttosto veloce e repentino (non più di venti/trenta anni, diciamo. Normalmente richiederebbe tre/quattro generazioni, se la storia insegna qualcosa), non sono d'accordo con il fatto, che sia Debora che Ottagono danno per scontato, che la caduta della nostra civiltà non sarebbe poi questo gran problema se messo in prospettiva storica.

La nostra civiltà non ha molto in comune con le precedenti.
Questo per almeno due motivi.
Innanzitutto da un po' di anni abbiamo i mezzi per causare la nostra stessa estinzione come specie, ed essi risiedono nel modo stesso in cui abbiamo organizzato la società capitalistica. Se la nostra civiltà petrolifera crollasse prima di aver fatto abbastanza danni da compromettere irrimediabilmente l'ecosistema, bene, niente da dire. Ma potrebbe venire giù dopo, prima di avere la possibilità di rimediare, compromettendo le possibilità di sopravvivenza della razza umana che sarebbe, dopo il crollo, tecnologicamente impotente (seppur molto ridotta di numero., il che farebbe bene all'ecosistema... riprodursi è da masochisti!). Un effetto serra sufficientemente sviluppato potrebbe cuocere ben bene il nostro pianeta, gli oceani avvelenati e la rovina delle catene alimentari porrebbe (e pone, anche ora) un fortissimo stress evolutivo su ogni specie coinvolta. Il nostro inquinamento non finirebbe con la fine della civiltà, andrebbe avanti per secoli, millenni, ere. Prima scomparirebbe la carta, per ultime le scorie nucleari.
Non parlo di eventuali - e comunque, nella mia opinione, mooooooolto remote - guerre atomiche, non rientrano nel quadro del "crollo lento", ma sono da considerare anch'esse, perché no.

In secondo luogo la scomparsa della nostra civiltà farebbe in breve tempo tanti di quei morti che nessuna guerra passata potrebbe reggere il confronto.
La gran parte di noi non è in grado di procurarsi il cibo direttamente, cacciando, pescando o coltivando. Il crollo dell'impero romano ha lasciato invariate tutte le tecniche di coltivazione e allevamento del bestiame. Quando il massimo della tecnologia è il falcetto di selce, tanto per dire, le materie prime non mancano e il processo di lavorazione è replicabile da qualsias singolo individuo si metta lì a impararlo. Questo non sarebbe possibile oggi, a causa della massiccia meccanizzazione e il ridottissimo numero di contadini e allevatori che ci ritroviamo.
Estendete il discorso a ogni altro settore fondamentale del soddisfacimento dei bisogni. Certo, potremmo vivere ricicliando i resti della nostra passata "grandezza", ma come? Fino a quando? E in quanti?
Prima della rivoluzione industriale eravamo un po' più di un miliardo.
Ora siamo circa 7 miliardi, e a rendere possibile questo incremento schizofrenico e demenziale è stata proprio la meccanizzazione (insieme all'ingegneria genetica, anche "ante litteram" con la selezione delle specie di granturco) che permise la cosiddetta "rivoluzione verde". Con il relativo, orribile danno alla biosfera, certo. Non tutti sanno che la principale causa di disboscamento non è l'industria del legno o della carta, ma quella del bestiame: deforestano per creare pascoli. Già, perché questi 7 miliardi vanno nutriti e dissetati. chi ha i soldi di più, chi non li ha schiatta, ma non voglio fare polemica.
Immaginate invece che la gente cominci a morire in grandissima quantità perché, per qualche mese, si sono fermati il trasporto di merci, l'allevamento di bestiame, la coltivazione delle terre, a causa della scarsezza di combustibile.
Supermercati vuoti.
Dopo un po' sarebbe difficile smaltire i cadaveri. Comincerebbero a diffondersi le infezioni. Altri morti. Rivolte, disperazione, aggressioni, guerre per il cibo e l'acqua. Altri morti. Comincerebbero a venire meno le istituzioni per la mancanza di gente a sostenerle e a produrre. Fine delle cure mediche. Altri morti. Ovunque.
Un altro problema, infatti, è che oggi un crollo coinvolgerebbe tutto il pianeta, non solo una modesta regione del Mediterraneo come quella delle Polis greche.

Penso che il crollo della civiltà post-industriale sarà più veloce dei crolli precedenti, per le sue stesse caratteristiche, e lascerà dietro di sè una quantità di macerie che potrebbe seppellirci. In questo il futuro "crollo" sarà diverso dai precedenti.
Sarà un po' più veloce (chissà, potrei vederlo nel corso della mia vita, anche se non me lo auguro), sarà molto più distruttivo. Potrebbe rivelarsi non un semplice, graduale cambio di paradigma, il passaggio da un dominatore ad un altro mentre, soggettivamente, tutto continua più o meno come al solito. Nessuna civiltà nella storia ha cambiato e forzato così tanto l'ambiente per adattarlo alla propria, innaturale e incredibilmente ottusa condotta. Potrebbe essere la fine della razza umana, perché a questo giro l'abbiamo fatta grossa e il nostro impatto sul pianeta potrebbe spazzarci via insieme al nostro modo di vita. A causa del nostro modo di vita.

Oh, speriamo di no.
Qualcosa abbiamo cominciato a fare per tentare di mantenere lo stesso livello di vita per tutti - tutti coloro che adesso sono dei privilegiati come noi, chiaro, l'uguaglianza dei diritti è purtroppo ancora una barzelletta - usando fonti energetiche rinnovabili. Ma non so se siamo in tempo.