giovedì 31 luglio 2008

Continua il rave party di Alitalia


Qui è una festa.
Ho promesso che avrei continuato a seguire il caso Alitalia, ed eccomi puntualmente qui con un post quotidiano extra.
Perché l'hanno fatta grossa.
Molto grossa.

E nessuno rileva un cazzo di niente.
Nessun giornale, nessun TG, osa ricordare alcune vicende.

Le indiscrezioni stampa dei primi di luglio, che indicavano almeno 4000 esuberi, si sono rivelate vere
Alle volte vorrei essere un profeta meno abile. Le indiscrezioni stampa dei primi di luglio, che indicavano almeno 4000 esuberi, si sono rivelate vere, verissime.

Tanto per ricordarlo ai poveri mentecatti che hanno creduto a Silvio quando diceva che la cordata italiana serviva per salvaguardare la "italianità" (ma come stiamo messi? Poveri stronzi) della compagnia, ecco il risultato della loro stupidità.
Mi piace sparare sull'ambulanza, se è piena di cretini in fiamme.

Mi ricordo Gianni Alemanno che strilla istericamente a Rutelli durante Matrix: "Deve restare italiana! Lo vedi come si chiama? Vedi cosa c'è scritto? Alitalia! ITALIA! I-T-A-L-I-A!"
Bella dialettica politica, complimenti.

Bella manica di poveri imbecilli, complimenti.
Tanto per rispolverare: Air France, con Spinetta, cacciata gomitate dai (falsi) proclami di Silvio in merito alla (allora inesistente) cordata italiana, prometteva un piano industriale con 2000 esuberi e l'inserimento di Alitalia in un contesto internazionale competitivo, dove avrebbe potuto tornare a fatturare.
Silvio, sfruttando intelligentemente il cieco furor dei sindacati (me la presi anche con loro al tempo e non ho cambiato idea: 2000 esuberi su un piano industriale o il fallimento? Tieniti i 2000 esuberi o dimostri di non capire una cippa di piani industriali) ha organizzato il monopolio delle tratte nazionali con Air One, mantenendo la compagnia in vita con un prestito-ponte contrario a ogni regola del libero mercato e giustamente avversato dalla UE (ma non erano i comunisti, gli statalisti?) di 300 milioni di euro nostri (non suoi).
Adesso i licenziati/cassaintegrati saranno 4000/5000
E adesso?
Adesso i licenziati/cassaintegrati saranno 4000/5000.
Silvio dice che sono "il male minore", ma come avete appena potuto leggere è assolutamente falso. Un palese bugia.
Che gran cagata. Hanno fatto una porcata d'altri tempi.

 Solo Il Giornale ("house organ" del PDL, anzi, di Silvio) riesce a parlarne bene, guarda caso "dimenticando" l'offerta francese da cui si era partiti a Marzo.
Ma d'altronde.
D'altronde siamo nel Paese avviato a diventare una dittatura semiteocratica in cui il papa aiuta il governo a legiferare e censurare le opposizioni (se lo fanno i cinesi, però, è sbagliato e incivile).
In Turchia chi ci prova si vede sciogliere il partito politico o, come nel caso dell'Akp, dimezzare i contributi pubblici per attentato alla laicità dello Stato.
In Turchia. Un Paese pieno zeppo di cattivoni fondamentalisti, eh.
Ma d'altronde.
D'altronde siamo nel Paese in cui una centrale elettrica a carbone "pulito" (MORTACCI LORO e il significato delle parole cambiato d'ufficio) inaugurata dal ministro Scajola è costata "anni di lavoro e qualche vita umana", come si parlasse di bestie da soma o schiavi.
Vabbé, per loro quello siamo.
Mi chiedo quanto ci metteremo a finire così.
Si accettano scommesse. Così arrotondo lo stipendio da precario.
E via.

La fine della civiltà


[ATTENZIONE: POST CATASTROFISTA!] 
[Le teorie scientifiche citate non sono necessariamente vere, ma dispongono di ampi riscontri fattuali dato che sono già state applicate con successo al carbone. Approfondite e lo scoprirete. Conosco il modo in cui lavora la scienza e non la penso certo infallibile, ma se è anche solo lontanamente probabile che una eventualità simile possa verificarsi (e sembrerebbe proprio), non varrebbe la pena pensarci per tempo?] 

La fine della civiltà è alle porte.
Della nostra, mica di tutte.
Di quella che è nata e si basa sull'ampia disponibilità di energia a basso costo.

Perché siamo stupidi e molto, molto avidi.
Perché abbiamo creato le condizioni economiche e geopolitiche in cui ci troviamo senza alcuna reale lungimiranza: pensare a 50 anni non significa essere lungimiranti. Pensare a 500 sì, appena appena, ma pare che non ne siamo in grado.

E così, dopo circa due secoli, l'avventura finisce insieme al petrolio.
E invece no. Mi contraddico subito perché voglio farvi riflettere su una cosa: ho mentito, il petrolio non è finito. Manco per niente.
Sappiamo che ce n'è a miliardi di tonnellate sotto l'antartico.

Il continente antartico non appartiene a nessuno, come la Luna. Nessun Paese al mondo può accampare diritti di proprietà su quelle terre, e nessuno può di conseguenza sfruttarne le risorse naturali. La gestione di questo continente è regolata dal Trattato Antartico (con relativo protocollo ambientale), il quale sancisce che i Paesi firmatari:
- riconoscendo che giova all’interesse di tutta l’umanità che l’Antartide sia riservata per sempre soltanto ad attività pacifiche e non divenga né il teatro né il motivo di vertenze internazionali;
- apprezzando l’ampiezza dei progressi attuati dalla scienza grazie alla cooperazione internazionale in materia di ricerca scientifica nell’Antartico;
- persuasi che sia conforme agli interessi scientifici e al progresso dell’umanità di istituire una solida struttura che consenta di proseguire e di sviluppare tale cooperazione, fondandola sulla libertà della ricerca scientifica nell’Antartide, come essa è stata praticata durante l’Anno Geofisico Internazionale;
- convinti che un Trattato inteso a riservare l’Antartide soltanto per attività pacifiche e a mantenere in questa regione l’armonia internazionale gioverà agli intenti ed ai princìpi della Carta delle Nazioni Unite;
si impegnano a non sfruttare le risorse antartiche e a lasciare il continente incontaminato. almeno fino al 2048. Le basi scientifiche sono costrette a rimandare in patria ogni singola scoria prodotta dall'attività umana. La sola cosa di valore che si esporta dall'Antartide è la conoscenza scientifica.

Questo è stato deciso non solo perché il trattato è stato siglato in piena guerra fredda, (prevede infatti l'impossibilità di installare basi militari), ma anche perché l'Antartide è un luogo estremamente utile alla scienza. È il continente che prima degli altri, e più violentemente, subisce gli effetti dei cambiamenti climatici, i carotaggi del suo ghiaccio ci rivelano la storia del pianeta e ci forniscono dati utili per comprendere le dinamiche attuali.
Ora questo status giuridico è messo in discussione dalla Gran Bretagna, dalla Korea, dal Venezuela e dal Cile.
Tony Hayward, amministratore delegato di British Petroleum,  sostiene che il mondo ha davanti ancora 41 anni di petrolio.
41 anni.
Poi blackout.
Dice anche che il picco di produzione non è stato affatto raggiunto e un aumento della produzione è possibile anche al di là dello sfruttamento delle sabbie bituminose (come ho sentito sta iniziando a fare una compagnia italiana in Nigeria, ma è roba a basso rendimento). Secondo lui le difficoltà non sono tecniche, ma meramente geopolitiche. Per Hayward i petrolieri non hanno abbastanza libertà estrattiva: da un lato si è lamentato della difficoltà di operare in paesi come il Venezuela, la Russia o il Medio-Oriente, e dall'altro i sussidi che alcune compagnie petrolifere ricevono nei paesi in via di sviluppo e "che distorcono la competizione".

Il che è semplicemente stupido, e spiego il perché.
Il picco a cui si riferisce Hayward è il "picco di Hubbert", una teoria scientifica, un modello, riguardante l'evoluzione temporale della produzione di una qualsiasi risorsa. Nasce col carbone ma funge anche col petrolio.
In soldoni la teoria sostiene, in base ai dati di estrazione raccolti, che per ogni risorsa finita (senza considerare le variabili di mercato) la produzione all'inizio seguirà un ritmo di crescita esponenziale (anche perché si sfruttano prima le fonti facilmente accessibili e quindi estraibili a basso costo) che raggiungerà un picco (il momento in cui le fonti facilmente accessibili si esauriranno) e una inevitabile discesa (quando ci si rivolge a fonti più difficilmente accessibili che comportano maggiori costi e sforzi). Alla fine della discesa c'è l'esaurimento della risorsa o il costo eccessivo della sua estrazione, che rende antieconomico usarla.
Questa teoria ne ha prodotte altre, come per esempio quella di Olduvai, che lega il concetto di picco di Hubbert con le variabili di crescita demografica ed economica.
Questa teoria, nella sua versione più ottimistica, dice che la civiltà industriale durerà per 100 anni, dal 1930 al 2030, in base alle proiezioni del rapporto tra produzione mondiale di energia e popolazione.
La teoria prevedeva che l'anno del "precipizio di Olduvai", l'inizio cioé della discesa a picco, sarebbe stato il 2008.
I segnali ci sono tutti, e se le cose vanno come previsto la popolazione mondiale dovrebbe diminuire dai 6.6 miliardi di persone del 2008 ai 5 miliardi nel 2030.
UN MILIARDO E MEZZO DI MORTI.

Avete cominciato a collegare i fili?
Allora forse già vedete dove voglio arrivare.Se anche ci fosse solo la remota possibilità che le due teorie sopra esposte siano vere (ed è molto probabile che lo siano, visti i dati raccolti finora e le previsioni spesso accurate che è possibile ottenere utilizzandole), che senso ha cercare ancora petrolio e distruggere con l'attività estrattiva il solo continente ancora degnitosamente sano della Terra?
Di più: che senso ha continuare a pensare al petrolio?
Ha senso solo se sei un petroliere e quindi il tuo business si regge su quello: continuerai a estrarlo e venderlo al di là di ogni altra considerazione, perché ne va del tuo profitto.
Ecco un paio dei motivi, a mio vedere, per cui le fonti rinnovabili non hanno mai preso piede fino alla sostituzione del petrolio: le potenti multinazionali petrolifere scatenano addirittura delle guerre per mantenere il controllo delle risorse (mascherandole da guerre contro il terrorismo), e rinunciare al petrolio significa rinunciare alla vita come la conosciamo.
Convertire l'intera tecnologia in uso sul pianeta, dalle auto alle materie plastiche a TUTTO.
Il che, per inciso, fa orrore ai capitalisti odierni perché salvare delle vite, in questo caso, è antieconomico e rischioso per il profitto.
Il nucleare che vogliono propinarci a mio parere non è la soluzione per motivi simili (l'esaurimento della risorsa, le scorie "immortali") e dissimili (costi, manutenzione, sicurezza... il mondo non è pieno di terroristi? Allora perché mettere in giro un sacco di uranio? Chi sostiene la lotta al terrorismo e il nucleare mi pare un buffone :D).
Pensare al nucleare significa ricominciare a pensare al profitto a scapito della sopravvivenza
Trapanare l'Antartide ci priverebbe di una delle ultime possibilità per comprendere realmente cosa accade al pianeta e cosa possiamo fare per fermarlo.
Trapanare l'Antartide significa continuare con la logica del "finché ce n'è 'fanculo tutti, tanto saranno cavoli dei miei nipoti".
Trapanare l'Antartide significa mettere in pericolo di estinzione la razza umana.
Il petrolio sta finendo e tutti, istericamente, urlano "ne vogliamo di più" invece di cercare soluzioni razionali.
Questo gran casino non è vicino: è già qui.
Ci sono i primi segnali seri, e  leggendo i giornali con attenzione si vede benissimo.
Come me ne sono accorto?
Fine della libera circolazione delle persone, fine dell'integrazione fra i popoli, fine di ogni possibilità di migliorare questa globalizzazione.
Le low cost sono le prime.
Provate a riflettere... a pensarci: niente più aeronautica civile, niente più automobili, fine della corrente elettrica facile, fine dei frigoriferi, fine dei cellulari, della TV, di tutto.

Dobbiamo aspettare un certo numero di morti investiti prima mettere un semaforo all'incrocio?
Io dico di no.

mercoledì 30 luglio 2008

Nuovi usi e abusi romani

Trovato su "I sogni ferrosi".
Capite cosa vuol dire "sicurezza" per questi signori?
Ovviamente nessun TG ne parla.
Perché dovrebbero? Mica è morto nessuno.
Finora.
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Luca Trinchieri -giornalista- racconta il vissuto di un venerdì sera a Roma; la storia è stata pubblicata, a quanto ne so, solo su Liberazione.

C´è pure la televisione, per raccontare come la gioventù romana si diverte a Trastevere il venerdì sera. L´ora dell´aperitivo. Le vie attorno a piazza Trilussa gremite di persone. Cinque o sei bancarelle di venditori ambulanti. Un ragazzo ha appena regalato un paio di orecchini alla sua fidanzata. Le sirene della polizia colgono tutti di sorpresa.
Non è un semplice controllo: tre macchine e una camionetta vuota che ha tutta l´impressione di dover essere riempita. È la prima operazione contro i venditori ambulanti dopo l´entrata in vigore del decreto sicurezza, che amplia i poteri per i sindaci in materia di ordine pubblico. Mi fermo ad osservare, come molti altri. Non è curiosità, la mia. È un istinto di controllo.
I poliziotti iniziano a sbaraccare i banchetti. Via la merce, raccolta sommariamente nei lenzuoli su cui era disposta. Un agente tiene un indiano stretto per il braccio, mentre dal suo viso trapela tutto, la paura, la rassegnazione, fuorché l´istinto di scappare. È ammutolito.
Un donnone africano, del Togo, è invece molto più loquace. Se la prende quando l´agente raccoglie violentemente i lembi del telo a cui erano appoggiati gli orecchini e le collane che vendeva. «fammi mettere nella borsa, almeno!» dice all´agente. «Non scappo, non ti preoccupare, ecco il mio permesso di soggiorno». «Ma perché tutto questo? - dice - non stavo facendo nulla di male». All´agente scappa un sorriso, forse un po´ amaro: «è il mio lavoro». Poi la donna incalza: «conosco la nuova legge.  Ora mi fate 5.000 euro di multa. Ma perché non ci date un modo di fare questo lavoro regolarmente?» Nessuna risposta dall´agente, che se ne va e lascia il posto ad un collega, molto meno accomodante. «E muoviti, su!», dice senza accennare ad aiutarla a trasportare le sue cose. Lei, con lo stesso sorriso sul volto, chiude la valigia arancione e con le mani occupate dice «dove andiamo, di qua?», mascherando con l´orgoglio la paura che in fondo in fondo le sta crescendo. Mantiene l´ironia però, quando mi avvicino e le chiedo da dove viene. «Da Napoli, bella Napoli, vero?», e intanto, mentre mi svela le sue vere origini africane, si toglie gli orecchini: «questa bigiotteria non mi serve più, stasera».
Due metri più distante due ragazzini italiani, con il loro banchetto in tutto e per tutto uguale agli altri. Devono sbaraccare anche loro, ma gli agenti usano maniere molto più educate. Non li tengono per le braccia, non gli ammassano la merce.. La ragazza raduna le poche cose che avevano in vendita. Lui è allibito, terrorizzato, e inizia a parlare nervosamente: «ve lo giuro, è la prima volta che vengo, lasciatemi andare». «Se prendiamo loro dobbiamo prendere anche voi», risponde un agente. Ma alla fine non sarà così. Il ragazzo si dispera, «sono di Roma, non posso credere che mi trattiate allo stesso modo che a quelli lì». Evidentemente è un discorso convincente. Si avvicina un signore in borghese che è lì a dirigere l´intera operazione. «Dottò, Capitano, Maresciallo, giuro che non lo farò mai più…». Si sbraccia, sembra un bambino appena messo in punizione dalla mamma. L´uomo in borghese si mostra irremovibile, ma si capisce subito che vuole solo dargli una lezione, e appena gli altri fermati - 7 persone, tutte straniere - non sono più a vista, lo lascia andare.
A operazione conclusa vado dal signore in borghese, mi presento, «sono un giornalista e ho assistito alla scena. Perché avete fermato solo gli stranieri?», chiedo. La risposta è eloquente. «Portatelo via,identificatelo, e controllate - aggiunge guardandomi negli occhi - perché ha l´alito che puzza di birra». Già, la birra che stavo bevendo prima, e che mi è andata di traverso con tutto quello che succedeva. Per fortuna non è ancora reato, comunque.
Mi portano in due verso il ducato dove sono radunati gli stranieri, tenendomi strette le mani sulle braccia. Non mi era mai successo, prima, ed è una sensazione davvero sgradevole. «Questo per adesso è nell´elenco dei fermati» dice l´uomo alla mia destra, anche lui in borghese, ad un collega.
Spalle alla camionetta, mani fuori dalle tasche, cellulare sequestrato.
«Perché avete fermato solo gli stranieri?». L´uomo con la polo rosa, quello che mi stringeva da destra, mi risponde, anche se - dice - non sarebbe tenuto: «perché questi sono tutti irregolari».
Balle, ho visto con i miei occhi la donna togolese dare il proprio permesso di soggiorno al poliziotto, prima. Ma non mi aspettavo certo una risposta veritiera. «Certo che non avevi proprio nient´altro di meglio da fare», dice con sprezzo uno degli agenti. «Ho fatto una domanda, voglio una risposta».
L´uomo in rosa, che ha la mia carta d´identità e sta scandendo il mio nome per radio si gira verso di me, «hai finito di parlare?» grida. A quanto pare anche rispondere alle domande costituisce un grave errore, e infatti un terzo poliziotto, defilato fino a poco prima si indirizza a me dicendo «guarda che a fare così peggiori solo la tua situazione».
Chiedo di sapere i loro nomi e gradi, come avevo fatto già con l´uomo in borghese al principio, convinto che per legge sia un loro dovere identificarsi. Un altro poliziotto - ma quanti ne ho attorno, quattro, cinque? - mi da la sua versione della legge. «Vedi qual è la differenza, è che io posso chiederti come ti chiami e tu non puoi chiedermi niente, chi comanda sono io». Un suo collega aggiunge: «certo, se lo vuoi mettere per iscritto è diverso, ma non te lo consiglio, la cosa si farebbe piuttosto scomoda». La minaccia mancava, in effetti. Interrompe la discussione l´uomo in rosa. «Luca!», e con la mano mi fa cenno di andare da lui..
«Vuoi andare?» «Voglio una risposta alla mia domanda», insisto. «Non hai capito - si spiega - hai voglia di chiuderla qui questa storia o no?».
«Non sono stupido, so quello che mi sta dicendo, ma io voglio la mia risposta». Mi accompagna lontano dal furgone, in piazza Trilussa.
Davanti a me l´uomo che comanda l´operazione, quello dell´alito puzzolente. Mi chiedo se tornare da lui, ma mi rendo conto che nel gioco del muro contro muro il suo è molto più duro.
Aspetto ancora in piazza, osservo l´operazione concludersi, fino all´istante i cui gli immigrati vengono caricati sul furgone che si mischia al traffico del lungotevere. Non c´è altro da fare, questa sera, se non raccontare in giro quello che ho visto. Questa triste deriva, quest´inverno italiano che avanza. Oggi inizia l´estate.
Evviva.

Come funziona la censura: il papabanner

Papa Banner

L'immagine che vedete qui sopra, il cosiddtto "papabanner", è stata oggetto, il 17 di questo mese, di un atto di censura che vi può far capire come funzionano le cose quando c'è di mezzo qualcuno più potente di voi.

Si fa così: se si è un esponente dell'ufficio legale del Vaticano si avvisa la Polizia che si denuncerà un certo cittadino perché ha pubblicato sul web una cosa sgradita (in questo caso alla chiesa cattolica).

Il banner è piuttosto diffuso: ci sono moltissimi siti che, in risposta all'appello dell'autore a manifestare la propria laicità. Linko la definizione a beneficio dei giornalisti che sembrano aver dimenticato il significato del termine e ci dicono che sta per "feroce anticlericale".

Poi si dice alla polizia che il papabanner è diffamante perché induce a credere i lettori che il papa vada davvero in giro a scomunicare e disapprovare i blog dei Signor Nessuno.

Ci siete fin qui? 
Bene, arriva il colpo da maestro, tutto italiano.
La Polizia rimuove preventivamente il banner dall'hosting e poi contatta l'autore avvisandolo che, se non lo ritira definitivamente, c'è qualcuno di molto potente (sono stati espliciti: un leguleio della chiesa cattolica apostolica romana) disposto a denunciarlo che, dati i mezzi di cui dispone, potrebbe metterlo sotto a discapito di ogni regola.
A casa mia queste si chiamano "minacce per interposta (e manco tanto) persona".

C'è un interessante articolo in merito su Punto Informatico, che posto nuovamente qui, che vi chiarisce ben bene i dettagli.

Capite come va?
Non siamo mai stati tutti uguali davanti alla legge, in questo Paese, figuriamoci ora che siamo diseguali per legge.
Occhio, la censura ha molte forme...


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Indigna la sparizione dal web del Papabanner

No, alla blogosfera e agli utenti italiani che in questi giorni hanno seguito la vicenda, proprio non è andata giù la censura del Papabanner. Lungi dal voler rappresentare un'icona ingiuriosa contro il Pontefice, il Papabanner è una iniziativa diffusa sul Web dal blog Il Burbero scontroso, un'iniziativa critica nei confronti di certe posizioni espresse da esponenti della Chiesa Cattolica che è stata ripresa da centinaia di siti. Pochi giorni fa, il blogger ha visto sparire quel banner dal proprio sito. Il motivo? Pressioni che sarebbero giunte da non meglio identificati "esponenti della Curia".

Il 17 luglio il blogger ha annunciato la sparizione del Papabanner dal suo sito, spiegando che il proprio fornitore di hosting, là dove il banner era ospitato, gli ha parlato di una denuncia contro il banner che era stata anticipata da una comunicazione della Polizia. Da qui la decisione di rimuoverlo. Nei giorni successivi, avrebbe accertato che non ci sono denunce ma che alla polizia certi "esponenti della Curia" avrebbero manifestato la propria intenzione di denunciare il blogger qualora quel banner non venisse rimosso. Ed è su queste basi che il provider di hosting avrebbe deciso di procedere alla rimozione.

Quella cancellazione di fatto ha sottratto il Papabanner riprodotto qui sopra da circa 500 siti che lo ospitavano: desiderosi di evidenziare la propria distanza da certe posizioni clericali, i gestori di quei siti lo avevano adottato come una sorta di manifesto collettivo. Sulla pagina dell'iniziativa, peraltro, il Papabanner viene tuttora presentato con quello scopo: "Se le parole relativismo e secolarizzazione per voi non suonano come parolacce, dimostrate tutta la vostra lontananza dalle posizioni della Chiesa Cattolica Apostolica Romana!"
"Il poliziotto - spiega Burbero scontroso - mi ha detto che non succederà nulla se le cose rimangono come adesso, ma che io sono libero di rimettere il banner, sapendo però che c'è qualcuno che potrebbe denunciarmi per questo. Questa non è proprio censura in effetti, ma un modo tutto italiano di ottenere lo stesso risultato: non è che ti impediamo di fare una cosa, tu la puoi fare, ma sappi che se lo fai dovrai vedertela con gente molto più potente di te che, magari anche a torto, può vincere in tribunale perché si può permettere dei buoni avvocati".

Come scrive Kotaro sui forum di Punto Informatico quel banner circolava ormai da tre anni e come lui in tanti si indignano per quanto accaduto. Su I sogni ferrosi si legge "C'è de ridere e da piangere: in realtà non c'è stata una vera denuncia, ma solo una sorta di "fastidio" della Curia... e tanto è bastato per censurare l'immagine". SbiellOne si chiede se "Siamo ancora in un paese libero??". "È evidente - scrive ancora Mistress Ashura - che la potenziale libertà che può garantire il web fa paura a molti (e non solo da una parte ma da sinistra a destra, passando per il centro). Cercando di arginarla si va contro all'effettiva limitazione di quella poca libertà che già avevamo raggiunto. Il punto non è tanto Ratzinger e la chiesa quanto una serpeggiante lotta alle streghe in cui tutti possono denunciare tutti e per delle cazzate!"

I fatti non sembrano comunque aver scosso i propositi di Burbero scontroso che, anzi, preannuncia una "fase b". Spiega: "Sposterò i banner su un server americano, li renderò a prova di ambiguità, darò al banner una pagina tutta sua fuori da questo blog (se la merita) e scriverò a tutti i siti che si schierano dalla parte dei laici e a quelli che combattono per la libertà di espressione".

martedì 29 luglio 2008

Il nemico è dentro


No, non nel senso che è entrato.
Era già qui.

Per il governo il nemico è lo straniero.
L'ho già visto succedere. Per esempio in Germania nel 1930.

Ci tengo a sottolineare che in Italia non c'è un'emergenza criminalità dovuta ai clandestini.
Non esiste niente del genere.
L'emergenza è legata solo alla vostra immaginazione (aiutata, come è conveniente che sia, dalle TV del vostro Silviuccio). Potete controllare anche i dati ISTAT, se non vi fidate dell'UNICRI.

Il vero nemico degli italiani è interno: è il governo che li guida.
Lo stesso governo che ha annullato con legge ordinaria l'articolo 3 della Costituzione, rendendoci non solo di fatto (dato che i ricchi la spuntano, i poveri no) ma anche per definizione DISEGUALI DAVANTI ALLA LEGGE.

Lo stesso governo che ha esteso l'emergenza clandestini all'intero territorio nazionale "al fine di potenziare le attività di contrasto e di gestione del fenomeno".
VACCATE.
Hanno solo bisogno di far vedere all'elettorato che sono bei maschi vigorosi che menano i negri/zingari/rom/rumeni/chittepare cattivi. Perché hanno un elettorato così, sapete. Menti semplici. Gli àgiti davanti un nemico, a reti unificate, e anche se quel nemico NON ESISTE eccolo apparire negli incubi di tutti.
Questo serve al controllo, come si dice in questo articolo su Mentecritica che esplora anche le diverse altre "emergenze" e spiega perché le loro modalità di gestione sono pretesti per consolidare situazioni di fatto che sarebbe più lento e forse difficile far passare in Parlamento.
Situazioni che annunciano il golpe.
Ho già dedicato diversi post al modo in cui opera il pregiudizio, ai meccanismi per cui un nemico fa comodo ai nostri governanti e al modo con cui si fanno funzionare questi meccanismi: tramite politiche demenziali e una diffusa acculturazione al razzismo, all'autoreferenzialità, all'insofferenza nei confronti delle regole.

Penso di essere già stato abbastanza chiaro nel dire che il razzismo e le politiche repressive sull'immigrazione non sono "giuste" o "sbagliate", ma semplicemente NON HANNO SENSO: la globalizzazione come è stata impostata dagli americani non è reversibile a meno del crollo della civiltà dei consumi.
Invece di lavorare per l'integrazione si lavora per l'odio. Ci si impedisce di pensare ad altro.
A voi menti semplici, almeno.

Ricordate queste parole: nessuno si preoccupa del vostro negozietto, commercianti padani. A nessuno interessa difendervi: vogliono solo appoggio e voto.
Vogliono che quando qualcuno prova ad opporsi alle loro leggi porcata voi vi incazziate.
E non devono fare nulla per voi: basta che voi crediate che lo stiano facendo.
Il vero nemico del governo è diventato il popolo.
Qui si sta preparando uno Stato di polizia.
Già c'è, sotto molti aspetti: deve solo peggiorare.

lunedì 28 luglio 2008

Sua Impunità

Informazione, Disinformazione e Libertà di Opinione in Italia

Oggi acchiappo di peso un bellissimo post trovato su Mentecritica a opera del precisissimo Adetrax
Volete capire, senza pregiudizi, PERCHE' qui in Italia la situazione dell'informazione è così infame? 
Leggete qui sotto ^_____^
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Informazione, Disinformazione e Libertà di Opinione in Italia
Durante la nostra vita siamo chiamati a prendere continue decisioni in grado di influenzare il corso della nostra e dell’altrui vita. Per poter decidere in maniera assennata e non casuale sulle questioni più importanti, è auspicabile avere un numero sufficiente di elementi su cui basare le proprie scelte; in breve, per poter decidere bene è spesso utile conoscere la realtà e utilizzare quel minimo di esperienza che ogni persona accumula nel corso della sua vita.
Quando mancano elementi sufficienti per formare una conoscenza non eccessivamente lacunosa dell’argomento oggetto di una decisione ci sono almeno tre possibilità:
1) ci si può astenere dal prendere una decisione (cosa non sempre possibile);
2) si può dilazionare la decisione e proseguire nel processo di acquisizione delle informazioni utili a prenderla;
3) ci si può fidare della proposta o del consiglio di chi ha una conoscenza maggiore.
Da quanto affermato si comprende la fondamentale importanza del processo di acquisizione, veicolamento e trasmissione dell’informazione, che assume quindi un ruolo centrale nella dinamica di acquisizione della conoscenza.
In questo contesto non si può non citare la gnoseologia ovvero la branca della filosofia che si occupa della teoria della conoscenza; quando questa interessa il campo scientifico è denominata anche epistemologia.
Allargando il concetto di informazione alla generica eterogeneità dei dati o anche delle notizie che quotidianamente ci investono, spesso ci si domanda: che cos’è realmente l’informazione ?
L’informazione infatti non è costituita solo da dati oggettivi scientificamente misurabili e dai risultati delle loro elaborazioni, ma anche dalle generiche descrizioni di uno scenario o di un procedimento che sono spesso accompagnate da ipotesi, tesi, dimostrazioni, giudizi ed opinioni sia di chi li trasmette che di chi li riceve o acquisisce e li sottopone alla personale valutazione.
In questa dinamica si coglie un aspetto interessante, ovvero che durante lo scambio di informazioni da parte di un soggetto emittente verso un soggetto ricevente, quest’ultimo tende ad accettare il risultato dell’elaborazione altrui tanto più facilmente, e spesso acriticamente, quanto maggiore è l’accreditamento della fiducia da lui riposta nel soggetto emettitore e quanto più è impossibilitato a verificare direttamente la validità dei dati ricevuti.
In un mondo ideale, ove tutto fosse oggettivamente e facilmente verificabile oppure dove qualsiasi atto di fiducia fosse sempre ben riposto, il problema della gestione dell’informazione sarebbe assai meno problematico di quello del mondo reale in cui siamo immersi.
Dato che questo mondo ideale per ora è ancora molto lontano da quello reale, abbandoniamo parimenti gli alti concetti sul noumeno dell’informazione e concentriamo l’attenzione sul significato sociale comunemente attribuito alla parola informazione, ovvero al sistema che acquisisce, presenta e distribuisce notizie giornalistiche.
Ogni essere umano acquisisce, elabora e ritrasmette informazioni, tuttavia quando questo processo è attuato su larga scala e coinvolge milioni di persone su aspetti delicati della vita sociale o politica di uno stato, ecco che le modalità e la correttezza della gestione di queste informazioni diventano fondamentali per preservare dinamiche di interazione corrette fra chi concede il potere

e chi lo amministra.
Anomalie volute e sistematiche in questi processi informativi possono infatti diventare strategiche per facilitare la manipolazione o lo sviamento del giudizio dei cittadini di uno stato che, in questo modo, possono essere artificialmente limitati in tutto o in parte nell’effettivo esercizio dei loro diritti e doveri.
In breve associamo alla parola informazione, il sistema dei media che acquisiscono, confezionano e ritrasmettono contenuti informativi di tipo giornalistico in grado di diffondere conoscenza e formare conseguentemente opinioni.
La Freedom House (casa della libertà) analizza la situazione dell’effettiva gestione delle libertà fondamentali, inclusa quella dell’informazione ovvero della stampa, ma non solo, nei vari stati del mondo.
La classificazione tiene conto di quanti condizionamenti l’informazione in generale subisce in una scala da 0 (la migliore) a 100 (la peggiore).
I punteggi da 0 a 30 classificano l’informazione come libera, da 31 a 60 come parzialmente libera, da 61 a 100 come non libera;  si tenga conto che nel 2007 solo il 17% della stampa mondiale è risultata essere libera, il 40% è risultata essere parzialmente libera e ben il 43% è risultata non libera.
Giusto per inquadrare subito la situazione italiana, possiamo affermare che dal 2004 al 2006 è risultata essere parzialmente libera e solo nel 2007 è tornata, per un soffio, ad essere classificata fra quelle libere;  nel rapporto 2008 l’Italia potrebbe (non è detto) tornare fra quelle parzialmente libere.
Le nazioni che precedono l’Italia sono le seguenti:
Finlandia, Islanda, Belgio, Danimarca, Norvegia, Svezia, Lussemburgo, Svizzera, Andorra, Olanda, Nuova Zelanda, Liechtenstein, Palau, Portogallo, Giamaica, Estonia, Germania, Irlanda, Principato di Monaco, Santa Lucia, Stati Uniti d’America, Bahamas, Barbados, Canada, Isole Marshall, Malta, Saint Vincent e Grenadine, San Marino, Repubblica Ceca, Lituania, Latvia, Inghilterra, Costa Rica, Dominica, Micronesia, Saint Kittes e Nevis, Slovacchia, Taiwan, Australia, Austria, Belize, Francia, Ungheria, Giappone, Slovenia, Cipro, Polonia, Spagna, Suriname, Granada, Mali, Trinidad e Tobago, Vanuatu, Grecia, Ghana, Isole Mauritius, Kiribati, Tuvalu, Nauru, Sud Africa, Capo Verde, Guaiana, Israele.
Per chi non l’avesse intuito l’Italia è 64 esima su 195 nazioni, con un punteggio di 29/100 che deve essere inquadrato fra 9/100 della Finlandia e i 97/100 della Corea del Nord, senza dimenticare che Cuba, Libia e Turkmenistan osservano fiduciose dall’alto del loro 96/100.
I risultati del 2007 di tutti i paesi sono sintetizzati nel rapporto 2007 sulla libertà di stampa (in senso esteso).
La metodologia usata per la classificazione si fonda su semplici criteri che si basano su quanto dice l’articolo 19 della dichiarazione universale dei diritti umani, ovvero:
Ognuno ha il diritto della libertà di opinione ed espressione; questo diritto include la libertà di mantenere opinioni senza interferenze e di poter cercare, ricevere e trasmettere informazioni e idee attraverso qualsiasi media indipendentemente dalle frontiere (nazionali).
Le valutazioni delle violazioni sono prodotte da gruppi di esperti che seguono per quanto possibile dei metodi di analisi rigorosi e indipendenti che prendono in considerazione 3 ambiti (legale, politico, economico) secondo regole riportate nella sopracitata metodologia e qui liberamente tradotte (senza alcuna garanzia) per i non anglofoni.
A) Ambiente legale (0-30 punti sul totale)
1. La costituzione o altre leggi base, contengono provvedimenti disegnati per proteggere la libertà di stampa e di espressione, e sono fatti rispettare ?
2. Il codice penale, le leggi sulla sicurezza o qualsiasi altra legge, restringono la cronaca, e i giornalisti sono puniti in base a queste leggi ?
3. Ci sono pene per la diffamazione di pubblici ufficiali o lo stato e sono imposte ?
4. E’ indipendente la magistratura ? E la corte (dei giudici) giudica casi che interessano l’imparzialità dei media ?
5. E’ disponibile la legislazione sulla libertà di informazione e i giornalisti sono capaci di usarla ?
6. Possono le persone o le entità d’affari costituire e gestire media privati senza indebite interferenze ?
7. Le entità che regolano i media, come l’autorità delle trasmissioni o la stampa nazionale o il consiglio delle comunicazioni, sono capaci di operare liberamente e indipendentemente ?
8. C’è la libertà di diventare un giornalista e praticare giornalismo ?
B)  Ambiente politico (0-40 punti sul totale)
1. Fino a che punto i media che gestiscono notizie e il contenuto dell’informazione, sono determinati dal governo o da un particolare interesse di parte ?
2. L’accesso a fonti ufficiali o non ufficiali (di notizie) è controllato in genere ?
3. C’è una censura ufficiale ?
4. I giornalisti praticano l’auto-censura ?
5. E’ robusta (estesa) la copertura dei media ? Riflette la diversità dei punti di vista ?
6. Possono i giornalisti locali e stranieri occuparsi di notizie liberamente ?
7. I giornalisti e i media sono soggetti a intimidazioni al di fuori della legalità o a violenza fisica da parte delle autorità di stato o qualsiasi altro attore ?
C)  Ambiente economico (0-30 punti sul totale)
1. Fino a che punto i media sono posseduti e controllati dal governo ? Questo influenza la loro diversità di vedute ?
2. E’ trasparente la proprietà di media privati, permettendo così ai consumatori di giudicare l’imparzialità delle notizie ?
3. E’ la proprietà dei media privati altamente concentrata e influenza la diversità dei contenuti ?
4. Ci sono restrizioni sui mezzi economici della produzione e distribuzione giornalistica ?
5. Pone lo stato dei costi tanto alti da risultare proibitivi sulla creazione e gestione dei media ?
6. Lo stato o altri attori, cercano di controllare i media attraverso l’allocazione della pubblicità o altre sovvenzioni ?
7. I giornalisti, ricevono pagamenti da fonti private o pubbliche il cui scopo è di influenzare il loro contenuto giornalistico ?
8. La situazione economica in un paese, accentua la dipendenza dei media dallo stato, dai partiti politici, dal mondo degli affari o da altri attori politici influenti, per la raccolta di fondi ?
Con riferimento alla situazione italiana si nota che c’è qualche domanda cui si potrebbe dare subito una risposta positiva, ma in questo contesto è forse utile sollevare anche altre legittime domande e provare a fare su queste qualche semplice ragionamento.
1) In Italia l’informazione è realmente controllata ?
Allo stato attuale è certo il fatto che ci sono delle concentrazioni di proprietà nelle mani di pochi soggetti che paiono spesso avere accordi di non belligeranza fra loro.
Alcuni media statali sono filo-governativi e quando un soggetto già proprietario di gran parte dei media privati, acquisisce la capacità di influenzare, seppure molto indirettamente, anche quelli statali, ecco che si può verificare un anomalo sbilanciamento nella varietà e nell’obiettività della vera informazione.
2) Se i contenuti dell’informazione di massa sono indirettamente influenzabili, con quali modalità si ipotizza che si attui tale velato controllo ?
Questo è un punto molto delicato, in realtà, salvo casi rari e conclamati di Fede talebana, non risultano esserci delle imposizioni dirette ed esplicite nei confronti dei giornalisti e dei presentatori di notizie, piuttosto ci potrebbero essere degli inviti, sotto forma di consigli, a fare scelte opportune e prudenti, ad es. evidenziando determinate notizie piuttosto che altre, presentandole secondo enfasi che non rispecchiano esattamente la loro importanza in termini assoluti, o a dare precedenza a lavori accessori volti a soddisfare gli inserzionisti o comunque chi paga la pubblicità e che guarda caso non lasciano molto tempo per inchieste o approfondimenti di qualità.
La stessa mitizzazione delle figure dell’investitore, dell’inserzionista, del generoso sostenitore “a patto che …“, potrebbe essere leggermente enfatizzata per presentarli come degli oscuri babau dal retro-pensiero sfuggente e con reazioni tanto imprevedibili quanto gli inattesi effetti che un’improvvida farfalla, sbattendo le ali in Cina, può provocare in America.
3) Ci sono particolari conseguenze negative derivanti dalla tendenza a “orientare” la presentazione delle notizie ?
Le conseguenze, se ci sono, sono piuttosto striscianti, nel senso che aumentano impercettibilmente con l’aumentare del tempo per cui perdurano.
Ad esempio fra i fruitori dell’informazione, può non tanto diminuire la capacità di percepire aspetti anomali, quanto può aumentare l’abitudine a conviverci come se fossero qualcosa di normale e quotidiano;  questo è tanto più vero quanto più passa il tempo e si formano nuove generazioni di persone assuefatte che non hanno visto la differenza fra il prima e il dopo.
Si possono quindi formare delle distorsioni e delle conseguenti inefficienze sistemiche causate da uno scollamento fra la realtà percepita e quella effettiva.
4) Il finanziamento pubblico dell’editoria, maggiorato per i giornali di partito, ha un ruolo in questa azione di orientamento ?
Probabilmente no, se ce l’ha è perché qualcuno si convince che è opportuno e conveniente che lo sia.
5) I sopracitati finanziamenti, sono da considerarsi un’anomalia tutta italiana da cancellare, come sostiene qualcuno, o sono qualcosa di potenzialmente sensato ma usato nel modo sbagliato (all’italiana per intenderci) ?
La problematica non è nuova essendo stata affrontata in molte inchieste, es. report aprile 2006 e disquisita da schiere di novelli Catone, tuttavia, anche per questo, non può essere ignorata.
L’attuale gestione di tali fondi è sicuramente poco virtuosa e sui quantitativi di denaro elargiti, nonchè sulla loro distribuzione e i metodi adottati per calcolare gli importi, se ne può discutere, però prima facciamo qualche ragionamento in merito.
Se uno dei nemici della libera informazione è la mancanza di indipendenza, anche economica, allora la sovvenzione che uno stato concede liberamente a chi dichiara di volersi impegnare nel campo dell’informazione e in ultima analisi dell’ambiente sociale, può avere un senso e probabilmente è sempre meglio che avere un finanziatore privato con mire politico-economiche o degli inserzionisti pretenziosi che hanno desideri inconfessabili.
Marco Travaglio sostiene che se ci fosse un tetto alla pubblicità in televisione, parte di quella pubblicità utilizzerebbe altri media, fra cui la carta stampata, per presentarsi al grande pubblico.
In breve anche i quotidiani, i settimanali, ecc. dovrebbero essere supportati solo dagli introiti derivanti dalle vendite dei giornali e dai pagamenti degli inserzionisti; in questo modo, se tali media dipendessero maggiormente dalle vendite e dalle preferenze dei lettori, essi cercherebbero di investire maggiormente nella qualità dell’informazione prodotta per distinguersi dai concorrenti, innescando cosi’ una competizione virtuosa.
A parte il fatto che il sistema pubblicitario televisivo ha una funzione complementare a quella di altri media, quanto sopra auspicato già succede da sempre per l’editoria non basata sulla diffusione delle sole notizie giornalistiche (es. riviste di settore, ecc.).
In questo contesto vale la pena elencare gli effetti negativi che possono sorgere con tali provvedimenti, ovvero che:
A) la qualità dei contenuti offerti si appiattisca comunque verso il basso al fine di minimizzare costi e impegno, con un effetto simile a quello provocato dai cartelli societari non dichiarati;
B) la pubblicità invada oltre ogni limite lo spazio di lettura a scapito dei contenuti originali diretti ai lettori;
C) i grossi inserzionisti ed investitori, assieme allo spazio acquistato e pagato, siano tentati di influenzare, con le loro amichevoli conversazioni, con i loro velati e appena accennati desideri, le politiche editoriali grazie a responsabili che prontamente scelgono la via del soddisfacimento dei desideri altrui inserendola senza problemi nella propria professionalità.
Ecco allora che la relativa indipendenza economica garantita da un minimo di finanziamenti statali (per quanto deprecabile sia il concetto stesso di finanziamento statale), potrebbe, in teoria, porre le premesse per un’informazione imparziale e di qualità;  purtroppo essendo le sovvenzioni in gran parte legate alle vendite ed essendo questo meccanismo calato nella realtà italiana, provoca un po’ troppo spesso l’effetto opposto.
6) Come si può aumentare la trasparenza e la qualità dell’informazione italiana ?
Obiettivamente è una domanda che potrebbe essere fatta anche in altri campi, ma la via pare essere quella del rispetto delle regole, della valorizzazione della professionalità, della coscienza civile e dell’onestà intellettuale aggregata, ovvero di qualità condivise e percepite come valori importanti non solo da poche singole persone, bensì da tutti i componenti dei gruppi di lavoro operanti nel campo dell’informazione.
Queste qualità ci sono senz’altro in tanti stimati operatori del settore, basterebbe solo che fossero un po’ più diffuse e condivise.
Forse qualche cambiamento importante è già iniziato con l’aumento dei canali informativi offerti dai nuovi media che stanno indirettamente stimolando gli attori tradizionali a fare meglio.
Concludo queste embrionali riflessioni sull’informazione di massa sperando che il sistema Italia cerchi di resistere un po’ di più alle tentazioni dal fascino oscuro e non scivoli nuovamente oltre la soglia dei paesi con informazione parzialmente libera.

domenica 27 luglio 2008

Bolzaneto: intervista Giorgia Partesotti

Da qui.



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In Italia non c'è (ancora) la pena di morte, ma c'è il diritto alla tortura. Il reato di tortura non è previsto dal nostro codice penale. A Bolzaneto sono stati picchiati, minacciati, torturati dei ragazzi inermi. Se i responsabili materiali sono almeno sottoposti a un giudizio, i responsabili politici sono per sempre in salvo, al governo e alla Camera. Loro non saranno mai processati.

"Mi chiamo Giorgia sono di Padova, 7 anni fa avevo 20 anni, sono stata al G8, sono partita in realtà pensando di visitare una città che non avevo mai visto, in cui c'era un mare, di spassarmela coi miei amici, poi invece mi sono ritrovata in una manifestazione enorme che sembrava più ad una guerra. Mi sono trovata in mezzo ai black block, cassonetti bruciati macchine che saltavano in aria guerriglia urbana, io non ero abituata non avevo mai fatto una manifestazione così grande, sabato penultimo giorno di manifestazione dopo la morte di Carlo Giuliani, stavo andando a cercare di recuperare il mio zaino, e mi sono ritrovata in mezzo a un cordone, che è stato spezzato in 2 dalla polizia, quindi la gente ha cominciato a scappare chi a destra chi a sinistra io ho avuto la sfiga di girare a sinistra e lì la polizia ha cominciato a dirigersi verso di noi ha cominciato a picchiarci e ci ha portato in piazzale Kennedy. In piazzale Kennedy c'era pieno di polizia ci hanno chiesto la carta d'identità e non ce l'hanno più ridata. Ci hanno caricato su una furgonetta, ci hanno portato alla fiera, presso la sede dei Carabinieri dove hanno cominciato ad insultarci, dicendo che dovevano stuprarci come facevano in Kosovo, che eravamo tutte troie e varie cose del genere…
Dopodiché siamo rimasti lì non so quante ore, ci hanno chiuso i polsi con delle manette di plastica io nella furgonetta ero seduta dietro c'erano altri ragazzi che mi dicevano non ascoltare, lascia stare perché.. mi hanno dato manganellate, sulle gambe sulle braccia e sulla schiena Io stavo con le mani in alto, penso che la mia foto si sia vista ovunque, su giornali e tg, con le mani in alto e con un fazzoletto sulla testa per i lacrimogeni dietro di me c'era un ragazzo marocchino che non so se è ancora vivo, ci hanno portato a Bolzaneto, siamo rimasti in piedi nella stessa posizione, hanno cominciato a picchiare i ragazzi che erano vestiti di nero, li hanno fatti inginocchiare a file di 3, gli hanno fatto cantare "Faccetta nera" gente che non capiva perché inglese quindi se le prendeva e basta, hanno spruzzato spray al peperoncino dentro le celle, ci veniva da piangere ma non potevamo piangere non potevamo parlare non potevamo fare niente.
Ad un certo punto io mi sono seduta perché non ce la facevo più e c'era un altro ragazzo di fianco a me che era di Verona che se vede questo video per favore mi contatti lui era veramente distrutto perché stava gocciolando sangue, lui non riusciva a stare in piedi ma loro non lo lasciavano stare seduto… poi c'erano un sacco di altri ragazzi, gente che arrivava col piede rotto, che non poteva stare in piedi ma ci doveva stare lo stesso, chi aveva bisogno di un medico per l'iniezione di insulina ma nessun medico poteva entrare quindi si sentivano grida di dolore continuamente, c'era un tipo in carrozzella che pure lui era stato picchiato... insomma una serie di cose molto disumane, alla fine non so dopo quanto tempo ci hanno preso le impronte digitali, ci hanno messo insieme a caso dicendo "a questi cosa gli diamo?" l'altro poliziotto che gli rispondeva "ma si mettigli un po' di tutto, devastazione saccheggio e offesa a pubblico ufficiale" tutte accuse che io non sapevo nemmeno cosa fossero, non potevo chiedere perché se chiedevo mi rispondevano che dovevo stare zitta.
Dopo un tempo interminabile ci hanno preso a gruppi, ci hanno ammanettato ci hanno portato in carcere a Varese. In confronto il carcere è stata una passeggiata perché i funzionari del carcere sapevano che era temporaneo che non avevamo fatto nulla perciò saremmo stati scarcerati in breve, ci trattavano meglio: ci davano da mangiare, certo non è stata una bella esperienza.. poi ho avuto la fortuna che la mia richiesta d'arresto è arrivata troppo tardi rispetto ai tempi giudiziari utili, quindi dopo 4 ore di carcere mi hanno lasciata andare. Alla fine mi sono costituita parte civile al processo, ho testimoniato e riconosciuto tutti coloro che dovevo riconoscere, è stato emozionante e basta, non voglio più andarci in un'aula di tribunale per nessun motivo.
La difesa della polizia cercava di screditare tutto ciò che stavo dicendo, ma pur essendo emozionata avevo detto cose che risultavano vere sia al pm che agli altri ragazzi. 10 minuti prima della nostra udienza, mentre attendevo il mio turno in tribunale, ho incontrato il ragazzo che è stato con me in caserma ci siamo guardati e ci siamo riconosciuti.
Ma durante il processo hanno cercato di screditare ciò che io raccontavo perché credevano mi fossi accordata con lui ma in realtà non era così, insomma si sono impegnati abbastanza anche con gli altri testimoni per cercare di screditare le nostre versioni dei fatti. Ora non vivo più in Italia, quindi non sono riuscita ad assistere all'udienza finale del processo, a me è stato soltanto detto com'è finito, cosa in caso abbiamo diritto però non so esattamente chi sia stato imputato chi sia stato, cosa gli abbiano fatto e chi no, però certamente, questi poliziotti solo per il fatto che sono poliziotti non passeranno mai tutto quello che hanno fatto passare a noi, perché il problema è che loro essendo protetti dallo Stato hanno una marcia in più, quindi in carcere non ci finiranno mai, nessuno li torturerà mai come hanno torturato noi, va bene io non sono per la vendetta quindi non sto dicendo che dovrebbero trattarli allo stesso modo, tuttavia pignorargli un po' di stipendio non mi sembra la stessa cosa, vorrei solo che i poliziotti, mandanti e quelli più crudeli coinvolti nella vicenda, non ricoprissero più la funzione, per il bene della credibilità delle forze dell'ordine, sia perché se si sono macchiati di certe cose non ha neanche più senso che si schierino dalla parte della giustizia." Giorgia Partesotti

Cave fidelem


In Italia ci si scandalizza e ci si sente offesi nella proprio cristianità se Alda D'Eusanio invita Milingo e l'ex compagno di Versace in trasmissione, in Inghilterra si fa satira feroce
E divertente, pure :D

Che vi devo dire?
Occhio a chi si prende troppo sul serio, pretenderà di imporsi.

Democrazia non significa che la maggioranza ha ragione

Democrazia non significa che la maggioranza ha ragione. Significa che la maggioranza ha il diritto di governare. Democrazia non significa pertanto che la minoranza ha torto. Significa che, mentre rispetta il governo della maggioranza, essa si esprime a voce alta ogni volta che pensa che la maggioranza abbia torto (o addirittura faccia cose contrarie alla legge, alla morale e ai principi stessi della democrazia), e deve farlo sempre e con la massima energia perché questo è il mandato che ha ricevuto dai cittadini. Quando la maggioranza sostiene di aver sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora è in pericolo la democrazia.
Umberto Eco
Grazie a The Bad Thing.

sabato 26 luglio 2008

Buone notizie

Almeno per me: ho appena finito di reintegrare tutti i post andati persi, uno per uno O__o'

A parte quelli in cui si annunciavano i concerti (che potete trovare sul nuovo blog dei 58), sono tutti qui ^______^

Avrete notato che ho colto l'occasione del disastro per risistemare il layout: fatemi sapere che ne pensate.

Purtroppo ho perso TUTTI i commenti antecedenti al 15/07/08.
Da adesso in poi non accadrà più, perché Blogger Draft mi consente di fare il backup di ogni cosa e perché, per ogni evenienza, ho installato Blog2Blog.

A presto ^_______^

Il Signor TV


Fin dal 1986 Silvio Berlusconi ha il vizietto di querelare, boicottare e tentare di corrompere i giornalisti che scrivono la verità su di lui.
Esemplare il caso di Giovanni Ruggeri e Mario Guarino: vi riporto l'articolo che trovate qui in originale. Si tratta dell'affare Macherio citato nel mio post del 24.

La sua tattica negli anni non è cambiata di una virgola, si è solo arricchita delle possibilità aperte a chi detiene potere politico.
E dire che Forza Italia fu probabilmente fondata per a) evitare la galera a Silviuccio vostro e b) fornire nuovi appoggi politici a Cosa Nostra in cambio di fondi o favori, significa esporsi molto.

Ma tant'è, usando il condizionale sono inquerelabile e vaffanculo tutti ^______^
A voi l'articolo. So che è lungo, ma portate pazienza.
Leggetelo e meditate.
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da : "Berlusconi, inchiesta sul signor TV", ed. Kaos, di Giovanni Ruggeri - Mario Guarino 1994 Prima edizione febbraio 1994 Copyright 1994 Kaos Edizioni Milano Berlusconi - Inchiesta sul Signor TV
 
"Il vero potere risiede nelle mani dei detentori di mass media" LICIO GELLI
"C'e' una grande differenza fra il Berlusconi che parla e quello che agisce" INDRO MONTANELLI
Premessa
Questo libro - alla sua seconda edizione, accuratamente approfondito e aggiornato, dopo la travagliata prima edizione del marzo 1987 - non avrebbe mai dovuto uscire, poiché‚ il personaggio che vi e' biografato gli ha dichiarato guerra prima ancora che venisse edito, e durante e dopo la sua pubblicazione.
Il primo attacco di Berlusconi al presente libro e' stato sferrato quando non era ancora stato edito. Il 25 e 26 settembre 1986, il quotidiano "Il Mattino" pubblicava un'inchiesta in due puntate del giornalista Roberto Napoletano intitolata Chi sara' il padrone di Berlusconi?; Napoletano aveva intervistato tra gli altri Marco Borsa (allora direttore di "Italia Oggi") e Giovanni Ruggeri, quali "esperti" dell'ambigua materia berlusconiana: i temi trattati spaziavano dal sodalizio del Cavaliere con il Venerabile maestro piduista Gelli, alle erogazioni creditizie che le banche guidate da piduisti avevano a suo tempo accordato alla Fininvest, dalla controversa e per piu' aspetti oscura "avventura edilizia" del primo Berlusconi, ai suoi spericolati rapporti con il chiacchierato faccendiere Flavio Carboni, dagli ingenti debiti del gruppo Fininvest, al fiasco di "La Cinq" in Francia, eccetera.
Il Cavaliere reagiva con un'irata lettera al quotidiano, esigendo la pubblicazione di una chilometrica rettifica, nella quale scriveva: "Tutte le affermazioni che il servizio del "Mattino" avrebbe materialmente desunto da questa incombente opera (di imminente pubblicazione da parte degli Editori Riuniti [il riferimento e' al nostro futuro libro, citato nell'articolo, NdA]) sono assolutamente false", e seguivano le sue contestazioni articolate in 18 punti ciascuno dei quali cominciava con "E' falso che..". "Il Mattino" replicava confermando tutte le notizie pubblicate nell'inchiesta del proprio inviato. A quel punto, Berlusconi querelava il direttore Pasquale Nonno, e l'inviato Roberto Napoletano, nonche'‚ "altri che avessero concorso al reato", e cioe' anche Giovanni Ruggeri e Mario Guarino (stavamo per l'appunto ultimando la "incombente opera" menzionata dal Cavaliere). Ma il giudice istruttore del Tribunale di Napoli stabilira' l'infondatezza delle doglianze di Berlusconi, firmando l'ordinanza di archiviazione della sua querela.
L'uscita del nostro libro "Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv" era prevista per il successivo ottobre 1986, presso gli Editori Riuniti (con i quali avevamo stipulato regolare contratto); ma l'inchiesta pubblicata dal "Mattino" e le polemiche che ne erano seguite avevano suscitato non meglio precisate "difficolta' tecniche" da parte degli Editori Riuniti - la casa editrice rimandava infatti l'uscita del libro di mese in mese (verra' edito solo nel marzo 1987). Le ragioni delle "difficolta' tecniche" accampate dagli Editori Riuniti emergeranno alcuni anni dopo, cioe' nel settembre 1993, nell'ambito della inchiesta giudiziaria "Mani pulite". Il sostituto procuratore Tiziana Parenti, interrogando Flavio Di Lenardo (imprenditore editoriale, gia' socio della Ecolibri - societa' collegata agli Editori Riuniti), apprendera' di "spericolate manovre tentate da Silvio Berlusconi per bloccare la pubblicazione di una biografia dedicata a Sua Emittenza" (1). Di Lenardo racconta al giudice Parenti di avere appreso dall'avvocato Bruno Peloso (al tempo amministratore delegato degli Editori Riuniti) di un furente Berlusconi, il quale alternava minacce e profferte: "Peloso mi disse che Fedele Confalonieri cerco' di evitare in tutti i modi l'uscita del volume perche'‚ raccontava l'inizio dell'ascesa di Berlusconi... Il braccio destro del padrone della Fininvest arrivo' addirittura a ipotizzare l'acquisto della Editori Riuniti, pur di non vedere quel libro in vendita" (2); "I tentativi erano accompagnati da offerte di denaro" (3).
Le dichiarazioni di Di Lenardo vengono riprese da tutti i quotidiani; "Avvenire" scrive: "Il libro e' il celeberrimo (e ormai introvabile) " Berlusconi Inchiesta sul signor Tv", scritto a quattro mani dai giornalisti Giovanni Ruggeri e Mario Guarino. Il fatto, emerso due giorni fa, oggi sembra sia diventato un caso nazionale. Uno dei due autori, Giovanni Ruggeri, dichiara: "Per impedire l'uscita della biografia presso gli Editori Riuniti, Berlusconi fece di tutto. Un giorno si presento' uno stretto collaboratore di Confalonieri e mi offri' un assegno in bianco in cambio dei diritti del libro" (4). Infatti, come abbiamo denunciato piu' volte pubblicamente (senza ricevere alcuna querela), nel febbraio '87 Fedele Confalonieri ci aveva telefonato presso la Rusconi Editore (dove lavoravamo) chiedendo di incontrarci "per trovare un accordo"; benche'‚ noi avessimo respinto l'offerta, ci mando' in ufficio il funzionario della Fininvest Sergio Roncucci, il quale, ostentando un carnet di assegni, ci aveva detto: "Compriamo noi il vostro libro, a scatola chiusa. La cifra la scrivete voi...", e aveva anche ventilato di un possibile incarico a "Tv sorrisi e canzoni"... Nel corso della sua deposizione al giudice Parenti, Flavio Di Lenardo ha inoltre dichiarato: "Il libro usci' ugualmente, e Berlusconi querelo' la societa' editrice. Pero' la querela rientro' quando Berlusconi fece un grosso affare in Unione Sovietica, relativo a contratti pubblicitari" (5).
Effettivamente, la Fininvest ha ottenuto l'esclusiva della raccolta pubblicitaria delle imprese occidentali destinata ai palinsesti televisivi sovietici: Di Lenardo ipotizza, in base alle presunte confidenze fattegli da Peloso, che l'affare sia stato propiziato dagli Editori Riuniti (casa editrice controllata dal Pci), e che in cambio Berlusconi abbia tra l'altro rimesso una sua querela. Fatto e' che, finalmente edito nel marzo 1987, "Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv" andava esaurito in pochi giorni. Una immediata ristampa (aprile '87) esauriva la tiratura in tre settimane. Benche'‚ il successo di vendite fosse comprensibile ed evidente, forte era il sospetto che parte della tiratura fosse stata sottoposta a una sistematica opera di "rastrellamento" da parte di "mani ignote".
Non essendo riuscito a impedirne la pubblicazione, Berlusconi tentava comunque di condannare il libro all'anonimato. Alla sua uscita nelle librerie (20 marzo 1987), subito il gruppo Fininvest diramava un comunicato minacciando azioni legali a carico degli autori ("colpevoli" di attentare alla reputazione di Berlusconi) e contro "gli organi di stampa e d'informazione che in qualunque forma e a qualunque titolo diano risalto al libro in questione". Ma il Consiglio dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia respingeva "l'intimidazione preventiva e generalizzata della Fininvest", e in un suo comunicato intitolato L'Ordine sull'intimidazione della Fininvest alla stampa dichiarava: "Presa conoscenza del comunicato diffuso dalla Fininvest Comunicazioni dopo la pubblicazione del volume-pamphlet dedicato a Silvio Berlusconi dai giornalisti Giovanni Ruggeri e Mario Guarino per i tipi degli Editori Riuniti, l'Ordine dei giornalisti della Lombardia respinge la manifesta inammissibilita' dell'intimidazione preventiva e generalizzata rivolta nel comunicato stesso agli organi di stampa e d'informazione che in qualunque forma e a qualunque titolo daranno risalto al libro in questione".
(...) Dopodiche', prende avvio l'offensiva legale. Il 12 maggio 1987, Berlusconi presenta due querele alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, alle quali fara' seguire anche la costituzione di parte civile "per il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali tutti". Il potentissimo "Sua Emittenza" (sodale del potentissimo presidente del Consiglio Bettino Craxi) si ritiene diffamato dal contenuto di due interviste che gli autori di "Berlusconi Inchiesta sul signor Tv" hanno rilasciato, in occasione dell'uscita del libro, a "l'Unita'" e a "La Notte". Per il servizio apparso sul quotidiano del Pci il 28 marzo 1987, la querela berlusconiana coinvolge, oltre agli intervistati, l'estensore dell'articolo Francesco Bucchieri, e - limitatamente alla questione dell"'omesso controllo" - il direttore del quotidiano comunista Giancarlo Bosetti. L'illustre querelante lamenta che nell'intervista sia stata affermata l'esistenza di un procedimento penale a suo carico per reati valutari; inoltre, si duole del passo dell'intervista che tratteggia il suo impero come un "colosso d'argilla" costituito da "scatole cinesi" spesso vuote.
Anche la querela del 28 marzo 1987, relativa all'articolo pubblicato da "La Notte" il 20 marzo, e' sporta per "diffamazione aggravata dall'uso del mezzo della stampa e dall'attribuzione di fatti determinati (quello di avere un processo pendente per reati valutari)". (...) il "presunto diffamato" chiede espressamente che l'effetto della remissione della querela a carico di Giorgianni non si estenda agli altri due querelati, e cioe' a Ruggeri e Guarino: lui il direttore lo perdona, ma "quei due" li vuole in galera... Tuttavia, il Tribunale (presieduto da Giorgio Caimmi, giudice relatore Fabio De Pasquale) e' di diverso avviso. "La richiesta del querelante", si legge nella sentenza del 27 aprile 1988, "deve giudicarsi quantomeno singolare. A fondare l'effetto estensivo basterebbe infatti il rilievo dell'unicita' dei fatti contestati". Il Tribunale dichiara dunque il non luogo a procedere nei confronti di tutti i querelati, e condanna Berlusconi al pagamento delle spese processuali. Stessa sorte subisce, l'anno dopo, la querela relativa all'intervista pubblicata da "l'Unita'". Berlusconi la rimette, e con sentenza del 20 novembre 1989 il Tribunale (presidente Paolo Carfi', giudici Fabio De Pasquale e Claudio Gittaredi) gli accolla le spese del procedimento. Secondo alcuni, la querela che stando alla deposizione del Di Lenardo sarebbe stata rimessa quando "Berlusconi fece un grosso affare pubblicitario in Unione Sovietica" sarebbe proprio quest'ultima.
Berlusconi sporge un'altra querela a nostro carico per un'ulteriore intervista pubblicata dal settimanale "Epoca" (6). Il giornalista Carlo Verdelli aveva trascritto, nel numero di "Epoca" del 26 marzo 1987, il colloquio-intervista che aveva avuto con noi in merito al libro appena pubblicato. Gli argomenti dell'intervista erano stati anticipati dalla edizione de "La Notte" del 20 marzo; Berlusconi era al corrente di questo particolare ("quella a "La Notte" e' un'intervista... in seconda battuta", puntualizzava infatti nella sua querela); e dunque la "presunta diffamazione" era contenuta in entrambe le testate: e tuttavia, il querelante rimetteva solo la querela a carico de "La Notte", mentre confermava quella a "Epoca". Sara' questa evidente contraddizione, questa giuridicamente inammissibile difformita', a segnare la sconfitta finale del Cavaliere, dopo una battaglia legale durata anni e combattuta in tutti e tre i gradi di giudizio, fino alla Cassazione.
Berlusconi sporgeva querela per l'articolo di "Epoca" il 12 maggio 1987. Il processo si teneva nell'autunno del 1988 presso il Tribunale penale di Verona, competente per territorio (in quanto "Epoca" si stampava in quella citta'). Imputati di diffamazione aggravata a mezzo stampa erano i soliti Ruggeri e Guarino, il collega Carlo Verdelli, e per "omesso controllo" il direttore del settimanale Alberto Statera (7). La vicenda merita di essere seguita attraverso il testo della sentenza datata 16 novembre 1988 del Tribunale penale (presidente Mario Resta, giudici a latere Giovanni Tamburino e Giovanni Pietro Pascucci, estensore): "Si dolse, in particolare, nell'atto di querela, il Berlusconi, di due brani contenuti in detto articolo. .. In primo luogo ritenne diffamatorio l'articolo laddove, dopo che gli autori avevano spiegato il perche'‚ della scelta della casa editrice Editori Riuniti ("Abbiamo scelto la casa editrice del Pci perche'‚ ci piaceva una loro collana, I libri bianchi, quella che pubblica gli atti di accusa dei giudici impegnati nei processi piu' importanti: mafia, Sindona, strage di Bologna"), con un ardito accostamento e in risposta alla domanda che sorgeva spontanea di come c'entrasse Berlusconi coi processi, riferiva come testualmente dichiarato dagli autori del libro che "un procedimento penale in corso ce l'aveva anche lui: dal 1983, per reati valutari commessi insieme a Flavio Carboni. E una vicenda poco risaputa ma la si evince, incontrovertibilmente, dalla relazione della Commissione parlamentare sulla P2". In secondo luogo gravemente diffamatoria, a giudizio del querelante, doveva ritenersi la frase successivamente riportata nell'articolo anch'essa come testuale dichiarazione degli autori del libro: "Dal nostro libro su Berlusconi saltano fuori cose spiacevoli: fallimenti, societa' ombra, mafia bianca, Ciancimino, Calvi, Gelli" [...]". (...)
 
L'ultimo atto e' del 30 marzo 1993. La Corte suprema di Cassazione (presidente Guido Guasco, consiglieri Giuseppe Ciufo, Guido Ietti, Alfonso Malinconico, Carlo Cognetti) accoglieva il nostro ricorso, giusto l'articolo 90 del vecchio Codice di procedura penale: "L'impugnata sentenza dev'essere annullata senza rinvio", sentenziava la Cassazione. Era la vittoria finale e completa. Di tutti e tre i gradi di giudizio, niente e' rimasto a nostro carico, neppure la pur modestissima multa. L'onnipotente Cavaliere, da parte sua, non solo doveva prendere atto della completa sconfitta, ma finiva nei guai per falsa testimonianza - cioe' a dire, l'accusatore finiva sul banco degli imputati, ai sensi dell'art. 372 del Codice di procedura penale. Al Tribunale di Verona, nel corso dell'udienza del 27 settembre 1988, Berlusconi aveva deposto sotto giuramento; interrogato in merito alla sua affiliazione alla Loggia massonica P2, l'aveva temporalmente collocata nell'anno 1981 (invece che nel 1978, come noi avevamo scritto), e aveva affermato - mentendo - di non avere corrisposto al Venerabile maestro Licio Gelli alcuna quota di iscrizione alla Loggia, al momento dell'affiliazione.
Al cospetto di queste clamorose menzogne, avevamo inoltrato un esposto alla Pretura di Verona. Il 22 luglio 1989 il pretore Gabriele Nigro firmava una sentenza istruttoria di "non doversi procedere contro l'imputato [Berlusconi NdA] perche'‚ il fatto non costituisce reato". Avverso la decisione del pretore si appellava il Procuratore generale della Corte d'Appello di Venezia Stefano Dragone. Il processo d'Appello aveva luogo nel maggio 1990. Dal nostro esposto alla Pretura erano trascorsi venti mesi, nel corso dei quali era stata varata dal Parlamento l'ennesima amnistia (la ventitreesima della storia repubblicana); essa diveniva operante il 12 aprile 1990, e riguardava i reati commessi fino a tutto il 24 ottobre 1989 - per Berlusconi era un provvidenziale salvagente. Quando i magistrati lo avevano convocato a Venezia per rispondere del reato di falsa testimonianza, l'editore piduista aveva dichiarato: "Spero che la prossima amnistia, che si annunzia non rinunziabile, non mi tolga il piacere di vedere confermata la sentenza di proscioglimento [della Pretura, NdA] dalla Sezione istruttoria presso la Corte di Appello di Venezia" (12), "Amnistia non rinunziabile"? Berlusconi fara' tutto meno che rinunciarvi, e la Corte d'Appello (presidente G. Battista Stigliano, consiglieri Luigi Nunziante e Luigi Lanza, relatore) non gli togliera' alcun piacere: "Ritiene il Collegio che le dichiarazioni dell'imputato non rispondano a verita'... Ne consegue quindi che il Berlusconi, il quale, deponendo davanti al Tribunale di Verona nella sua qualita' di teste-parte offesa, ha dichiarato il falso su questioni pertinenti alla causa ed in relazione all'oggetto della prova, ha reso affermazioni non estranee all'accertamento giudiziale e idonee in astratto ad alterare il convincimento del Tribunale stesso e cio' (a prescindere dal mancato utilizzo processuale delle dichiarazioni menzognere medesime da parte del giudicante) ha compiutamente realizzato gli estremi obiettivi e subiettivi del contestato delitto... Il reato attribuito all'imputato va dichiarato estinto per intervenuta amnistia". Complimenti, Cavaliere!