mercoledì 30 settembre 2009

Ci sono catastrofi e catastrofi



Ieri stavo leggendo un articolo di Debora Billi, quel gran bel cervello che sta dietro a "Petrolio - Uno sguardo dal picco". Blog raccomandatissimo, tra l'altro, per tutti coloro che voglio gettare uno sguardo nel problemone delle fonti energetiche economicamente convenienti. E magari capire come mai si fanno certe guerre.

L'articolo si intitola "Crolli, mammuth, catastrofisti e pronipoti", e parla della diffusa tendenza al catastrofismo di alcuni analisti (me compreso, anche se analista non sono e sono di certo un dilettante ^___^).
Il post di Debora prende spunto da un altro post (che bella creatura, la Rete: moltiplica le idee) su Ottagono Irregolare.

Per fare breve una storia lunga, Debora dice che:
Il post in questione (quello di Ottagono Irregolare NdGobb) è molto divertente, una bella presa in giro ai catastrofisti “siamo al capolinea, fra qualche settimana torneremo a vivere nelle caverne e a cacciare mammuth. Ma i mammuth si sono estinti. Ommioddio senza cibo moriremo tutti!”
Ma oltre a sfottere, espone una teoria con dovizia di particolari: ovvero che sì, gli imperi sono crollati, i Greci tramontati, i Romani finiti, Federico Barbarossa kaputt, gli inglesi ritornati in due isolette e anche gli americani non si sentono tanto bene. Tutto ciò significa forse che "Aiuto! Escono dai fottuti muri! Crolla tutto domattina! Compriamoci arco e frecce!"? Niente affatto. Ogni crollo di civiltà, che sui nostri libri è raccontato in tre paginette (quando va bene in un volume) ha in realtà impiegato decenni per svolgersi, se non secoli. Questa in scarna sintesi la teoria dell'Ottagono (cita anche Titor, gli chiederò di fidanzarci) che conclude:
"Questo per dire che è improbabile che dall'oggi al domani la realtà come la conosciamo finisca e ci si ritrovi tutti in un mondo tipo Mad Max. Ci saranno cambiamenti, ci sono sempre. Ma non li percepiremo, perché esisteranno solo nella mente dei redattori di testi scolastici del 2500 d.C."

Pensandoci sopra mi sono accorto di essere in disaccordo con entrambi.
Se pure è verissimo, come dice Debora, che
una società complessa, interconnessa, ad alta tecnologia ha una resilienza decisamente inferiore a quella di una civiltà "post-pietra" quale quella greca
e che quindi un crollo della nostra particolare civiltà, quella post-industriale, potrebbe anche essere piuttosto veloce e repentino (non più di venti/trenta anni, diciamo. Normalmente richiederebbe tre/quattro generazioni, se la storia insegna qualcosa), non sono d'accordo con il fatto, che sia Debora che Ottagono danno per scontato, che la caduta della nostra civiltà non sarebbe poi questo gran problema se messo in prospettiva storica.

La nostra civiltà non ha molto in comune con le precedenti.
Questo per almeno due motivi.
Innanzitutto da un po' di anni abbiamo i mezzi per causare la nostra stessa estinzione come specie, ed essi risiedono nel modo stesso in cui abbiamo organizzato la società capitalistica. Se la nostra civiltà petrolifera crollasse prima di aver fatto abbastanza danni da compromettere irrimediabilmente l'ecosistema, bene, niente da dire. Ma potrebbe venire giù dopo, prima di avere la possibilità di rimediare, compromettendo le possibilità di sopravvivenza della razza umana che sarebbe, dopo il crollo, tecnologicamente impotente (seppur molto ridotta di numero., il che farebbe bene all'ecosistema... riprodursi è da masochisti!). Un effetto serra sufficientemente sviluppato potrebbe cuocere ben bene il nostro pianeta, gli oceani avvelenati e la rovina delle catene alimentari porrebbe (e pone, anche ora) un fortissimo stress evolutivo su ogni specie coinvolta. Il nostro inquinamento non finirebbe con la fine della civiltà, andrebbe avanti per secoli, millenni, ere. Prima scomparirebbe la carta, per ultime le scorie nucleari.
Non parlo di eventuali - e comunque, nella mia opinione, mooooooolto remote - guerre atomiche, non rientrano nel quadro del "crollo lento", ma sono da considerare anch'esse, perché no.

In secondo luogo la scomparsa della nostra civiltà farebbe in breve tempo tanti di quei morti che nessuna guerra passata potrebbe reggere il confronto.
La gran parte di noi non è in grado di procurarsi il cibo direttamente, cacciando, pescando o coltivando. Il crollo dell'impero romano ha lasciato invariate tutte le tecniche di coltivazione e allevamento del bestiame. Quando il massimo della tecnologia è il falcetto di selce, tanto per dire, le materie prime non mancano e il processo di lavorazione è replicabile da qualsias singolo individuo si metta lì a impararlo. Questo non sarebbe possibile oggi, a causa della massiccia meccanizzazione e il ridottissimo numero di contadini e allevatori che ci ritroviamo.
Estendete il discorso a ogni altro settore fondamentale del soddisfacimento dei bisogni. Certo, potremmo vivere ricicliando i resti della nostra passata "grandezza", ma come? Fino a quando? E in quanti?
Prima della rivoluzione industriale eravamo un po' più di un miliardo.
Ora siamo circa 7 miliardi, e a rendere possibile questo incremento schizofrenico e demenziale è stata proprio la meccanizzazione (insieme all'ingegneria genetica, anche "ante litteram" con la selezione delle specie di granturco) che permise la cosiddetta "rivoluzione verde". Con il relativo, orribile danno alla biosfera, certo. Non tutti sanno che la principale causa di disboscamento non è l'industria del legno o della carta, ma quella del bestiame: deforestano per creare pascoli. Già, perché questi 7 miliardi vanno nutriti e dissetati. chi ha i soldi di più, chi non li ha schiatta, ma non voglio fare polemica.
Immaginate invece che la gente cominci a morire in grandissima quantità perché, per qualche mese, si sono fermati il trasporto di merci, l'allevamento di bestiame, la coltivazione delle terre, a causa della scarsezza di combustibile.
Supermercati vuoti.
Dopo un po' sarebbe difficile smaltire i cadaveri. Comincerebbero a diffondersi le infezioni. Altri morti. Rivolte, disperazione, aggressioni, guerre per il cibo e l'acqua. Altri morti. Comincerebbero a venire meno le istituzioni per la mancanza di gente a sostenerle e a produrre. Fine delle cure mediche. Altri morti. Ovunque.
Un altro problema, infatti, è che oggi un crollo coinvolgerebbe tutto il pianeta, non solo una modesta regione del Mediterraneo come quella delle Polis greche.

Penso che il crollo della civiltà post-industriale sarà più veloce dei crolli precedenti, per le sue stesse caratteristiche, e lascerà dietro di sè una quantità di macerie che potrebbe seppellirci. In questo il futuro "crollo" sarà diverso dai precedenti.
Sarà un po' più veloce (chissà, potrei vederlo nel corso della mia vita, anche se non me lo auguro), sarà molto più distruttivo. Potrebbe rivelarsi non un semplice, graduale cambio di paradigma, il passaggio da un dominatore ad un altro mentre, soggettivamente, tutto continua più o meno come al solito. Nessuna civiltà nella storia ha cambiato e forzato così tanto l'ambiente per adattarlo alla propria, innaturale e incredibilmente ottusa condotta. Potrebbe essere la fine della razza umana, perché a questo giro l'abbiamo fatta grossa e il nostro impatto sul pianeta potrebbe spazzarci via insieme al nostro modo di vita. A causa del nostro modo di vita.

Oh, speriamo di no.
Qualcosa abbiamo cominciato a fare per tentare di mantenere lo stesso livello di vita per tutti - tutti coloro che adesso sono dei privilegiati come noi, chiaro, l'uguaglianza dei diritti è purtroppo ancora una barzelletta - usando fonti energetiche rinnovabili. Ma non so se siamo in tempo.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

"Prima della rivoluzione industriale eravamo un po' più di un miliardo.
Ora siamo circa 7 miliardi"

Di cui la maggior parte sono persone che sanno procurarsi il cibo di prima mano. Secondo me più che una crisi sarà un vero e proprio rovesciamento dell'ordine del mondo.

Von Sadick

Talkin' Rapper ha detto...

Uhmmm... siamo sicuri che sia la maggior parte? Certo le città sarebbero le prime a cadere, alleviando la pressione demografica e il consumo di cibo, favorendo così chi il cibo lo produce.
Ma l'infrastruttura che tiene in piedi la civiltà tecnologizzata verrebbe giù in pochi giorni.
E poi guerre per il cibo, l'acqua, le risorse fondamentali...

Boh, il tema è complesso. Anche io spero in un cambiamento di paradigma, ma se anche tu hai letto Susan George sai che c'è poco da stare allegri in quel senso.