
Ho scritto quel che segue in un vecchio mio blog cinque anni fa.
Una vita fa.
Nel frattempo ho scoperto che il mondo della musica professionale può sembrare privo di senso. C'è un disco, che ormai considero vecchio, e che invece è ancora inedito e non si sa quando uscirà di preciso. Così mi ritrovo mani in mano a chiedermi come piffero sono finito nell'inattività.
Dopo 5 anni di avventure in giro per il mondo interiore ed esterno, beh, ora ho altre cose da dire! Ma per ora non si può, o almeno è inutile farlo.
Sono lontano da quel mio vecchio traguardo di un disco all'anno, ma tanto lontano, e ho dovuto capire che è "normale" se fai il musicista.
Ma ho dentro così tante storie che esploderò, tante canzoni che non riuscirò mai a scrivere perché so che nessuno le ascolterà per un bel po'.
Tanto, in quel mondo, ha poco a che fare con la musica.
Rivoglio un po' di sano underground.
Ah, ho scoperto anche una cosetta che mi ha lasciato un bel sorriso che ho ancora adesso. Ora come allora l'Hip Hop è la cosa per cui sono stato messo al mondo.
Keep UP!
Io scrivo perché la gente legga.
È la cosa più importante. Sopra questa motivazione c’è solo la necessità di scrivere, perché altrimenti mi scoppia la testa.
Scrivo da quando ho imparato a farlo. Ho scritto il mio primo racconto vero e proprio, che purtroppo ho perso ma che ricordo piuttosto bene, a dieci anni, e già prima mi scrivevo le favole da solo o immaginavo (e buttavo giù nella mia calligrafia, che è sempre stata incerta e sgraziata) storie con i miei personaggi dei fumetti preferiti.
Non è mai stata una difficoltà, anzi, è sempre stato un divertimento immenso ^__^
Poi, a 14 anni, come d’improvviso, il rap.
Certi amori nascono di rapina.
È bastato che mi regalassero un disco, il primo dei Cypress Hill, per incastrarmi definitivamente.
Fino a quel momento avevo riempito un mucchio di pagine, ed erano rimaste in un cassetto. Da quel momento in poi, per me, la scrittura ha perso il suo carattere privato: volevo che altri sentissero.
La musica ha aggiunto alle parole qualcosa che non pensavo nemmeno esistesse, una dimensione estesa. La parola scritta non fa tremare l’aria. La parola cantata sì.
Ed eccomi qui, dieci anni dopo, con un disco in mano.
Il percorso fino a questo punto è stato lungo, tortuoso, interessante come la vita di chiunque altro, con le sue privatissime e intime tragedie, i piccoli ostacoli, le gioie, gli amori, i casini.
In tutto questo due sole costanti: la scrittura e il rap.
Tra ’94 e ‘95 fu una sorta di orgia: conobbi i Beastie Boys, Frankie Hi-NRG, i Public Enemy, gli M.O.P., il Wu-Tang Clan, Snoop Doggy Dogg, Warren G e un mucchio di altri.
Non sapevo ancora bene l’inglese, ma quelle catene di parole cadenzate erano portatrici della fascinazione più densa e incatenante che avessi mai conosciuto. La prima volta che sentii del rap non politicizzato fatto in italiano si accese una lampadina: POTEVO FARLO ANCH’IO. Non era prerogativa degli americani.
Cominciai a scrivere e non mi sono mai più fermato.
Non intendo fermarmi.
Un disco all’anno mi sembra il minimo, dopo aver cercato così a lungo il modo di farlo. Ora che ne ho la possibilità (e forse anche la maturità, ma non ci scommetto) non vedo motivo per non dedicarmi completamente alla cosa per cui sono stato messo al mondo.
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