lunedì 30 novembre 2009

Write in C


Per tutti voi nerdaccioni lì fuori.




Preso da immane bontà allego traduzione del testo con link esplicativi per i meno tecnici :D
Write in C
~~~~~~~~~~
When I find my code in tons of trouble,
Friends and colleagues come to me,
Speaking words of wisdom:
"Write in C."

As the deadline fast approaches,
And bugs are all that I can see,
Somewhere, someone whispers:
"Write in C."

Write in C, Write in C,
Write in C, oh, Write in C.
LOGO's dead and buried,
Write in C.

I used to write a lot of FORTRAN,
For science it worked flawlessly.
Try using it for graphics!
Write in C.

If you've just spent nearly 30 hours
Debugging some assembly,
Soon you will be glad to
Write in C.

Write in C, Write in C,
Write in C, yeah, Write in C.
Only wimps use BASIC.
Write in C.

Write in C, Write in C
Write in C, oh, Write in C.
Pascal won't quite cut it.
Write in C.

Write in C, Write in C,
Write in C, yeah, Write in C.
Don't even mention COBOL.
Write in C

Scrivi in C
~~~~~~~~~~
Quando scopro che il mio codice ha una caterva di problemi,
Amici e colleghi vengono da me,
Proferendo parole di saggezza:
"Scrivi in C."

Mentre la scadenza si avvicina velocemente,
E tutto quel che vedo sono dei bug,
Da qualche parte, qualcuno sussurra:
"Scrivi in C."

Scrivi in C, Scrivi in C,
Scrivi in C, oh, Scrivi in C.
LOGO è morto e sepolto,
Scrivi in C.

Un tempo scrivevo un sacco in FORTRAN,
Per la applicazioni scientifiche funziona a meraviglia.
Ma prova a usarlo per la grafica!
Scrivi in C.

Se hai appena passato 30 ore
Debuggando Assembly,
Presto sarai felice di
Scrivere in C.

Scrivi in C, Scrivi in C,
Scrivi in C, yeah, Scrivi in C.
Solo i deboli usano il BASIC.
Scrivi in C.

Scrivi in C, Scrivi in C
Scrivi in C, oh, Scrivi in C.
Il Pascal non è proprio adatto.
Scrivi in C.

Scrivi in C, Scrivi in C,
Scrivi in C, yeah, Scrivi in C.
Non azzardarti a menzionare COBOL.
Scrivi in C

sabato 7 novembre 2009

Sulle tracce dell’uomo-bufala



Oggi copioincollo un articolo di Marco Cattaneo su quella truffa di programma, bieco e incitante al magico pensiero, che è Voyager. Roba così è come la religione, abitua la gente a pensare in modo mistico piuttosto che preferire la realtà dei fatti.
Mentecatto chi crede alle stronzate.



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Sulle tracce dell'uomo-bufala

Da un paio di settimane a questa parte mi coglie una singolare forma di curiosità morbosa. Così, verso le dieci di sera, mi ritrovo rapito, in stato semi-ipnotico, non già da una nave extraterrestre, ma dalle diaboliche frequenze di Rai Due. Dura una mezz’ora, di solito, il catatonico stato di trance. Ma è bastato, in due puntate, a illuminarmi su svariati enigmi del mondo che ci circonda.

Lunedì scorso apprendevo, dalla voce eccitata del conduttore, quasi in delirio estatico davanti al fascino di quelle antiche rovine, che la civiltà preincaica che secondo gli archeologi fondò la città di Tiahuanaco, in Bolivia, nei primi secoli prima di Cristo, sarebbe da retrodatare al 10.500 a.C. – la data della scomparsa di Atlantide (?????????) – se non addirittura al 15.000 a.C., un’epoca di cui non ci resta alcuna traccia storica.
Alcuni studiosi (???) indipendenti ci facevano sapere, durante il servizio, che le datazioni arrivavano al massimo al 1500 a.C., ma ciò non spiegherebbe la peculiare posizione di Tiahuanaco, che sarebbe stata perfetta per rappresentare la posizione di alcune fondamentali costellazioni (???) proprio com’erano diciassettemila anni fa. E dunque – sintetizzando di molto le conclusioni – chissenefrega se i metodi scientifici di datazione ci dicono che Tihuanaco è di epoca romana (chissà perché non dicono mai che Roma l’hanno fondata gli extraterrestri ma per queste sceneggiature di serie B bisogna sempre cercare località esotiche…), se possiamo inventarci un bel mistero da somministrare ai telespettatori in fascia protetta?

Più tardi, dopo un breve servizio su un cannibale giapponese impunito (storia vera, l’abbiamo raccontata anche su “Mente&Cervello”), in chiusura di trasmissione (e del mio inappagabile stato di trance, raggiunto per di più senza l’uso di stupefacenti) arrivava il piatto forte della serata.

Eh sì. Toccava ai cerchi nel grano. Per l’occasione il bravo conduttore – con i suoi accenti sempre forti, avvincenti – ci portava in provincia di Cremona, in un campo di grano. Dove aveva allestito, con le risorse di mamma Rai, un bell’esperimento. Un ragazzotto inglese piuttosto sveglio e tre suoi amici avrebbero dimostrato, in poche ore, come si potevano fare meravigliosi cerchi nel grano con il solo ausilio di quattro assi di legno legate a una corda e trascinate a piedi da bipedi volonterosi.
Il servizio durava a lungo, ma era ben fatto. Quando alle sei del mattino le prima luci dell’alba hanno rischiarato la pianura padana il campo era solcato da una serie di archi perfettamente simmetrici, con le spighe perfettamente spianate, perfettamente realizzato da quattro esseri umani.
Mistero risolto, stava per dire il conduttore… E invece no, sennò che mistero è? Così ha intervistato l’autore, che spiegava tutto, anche l’anomalia di alcuni cerchi nel grano in cui si trovava materiale magnetizzato (un burlone che, per aggiungere un po’ di pepe, si dilettava di buttare unamanciata di limatura di ferro sulle sue opere). Ma lui no: dopo aver mostrato una foto sgranata degli anni cinquanta nelle vicinanze di una centrale elettrica tedesca, l’uomo dei misteri ci avvisava che l’enigma è ancora tutto da svelare (?????????).

Ieri sera lo stato di grazia è durato meno. Una mezz’ora scarsa. Quanto basta per godersi il servizio “Sulle tracce dell’uomo-falena”, improbabile storia di un essere umano alato e dalle abitudini notturne che nelle brumose serate invernali del 1966 avrebbe spaventato a morte gli abitanti di una cittadina del West Virginia. E fin qui, niente di male. La noia mortale della provincia americana può pur fare brutti scherzi.
Le rogne cominciano quando l’uomo-falena viene avvistato nelle vicinanze di un ponte prima che crolli. E proseguono quando il nostro eroe fa capolino nell’aprile 1986 nientemeno che a Chernobyl (ne ha fatta di strada il ragazzo…). Secondo il servizio, “impiegati della centrale avrebbero visto un enorme uccello nero, con ali larghe sette metri, volteggiare tra i fumi tossici”. O tra i fumi della vodka, chi può dirlo…

Non contento, qualche anno dopo l’uomo-falena (o un suo simile) torna verso casa, per spuntare proprio dietro le torri del World Trade Center in una fotografia “apparentemente inspiegabile” . Il caso vuole, ma tu guarda, che sia proprio l’11 settembre 2001, l’evento più fotografato e registrato della storia: strano che in nessun’altra immagine al mondo compaia il lepidottero maledetto. Non sarebbe il caso di chiedere spiegazioni al burlone (e anche di pessimo gusto) che ha taroccato la foto? Invece nel servizio una surreale testimonianza ci informa che un tale “in contatto con l’uomo-falena” era stato da quest’ultimo informato già nel 1967 del crollo delle torri gemelle: le quali, per la cronaca, non erano ancora state costruite. La fine dei lavori avvenne solo nel 1973.
Pensa tu che visione, mi sono detto, mentre il divano cominciava a volteggiare per la stanza…

In chiusura del servizio mi commuovo quasi, alla vista del conduttore, emozionato, che si augura con voce grave che l’umanità non debba più rivedere all’opera l’uomo-falena, mentre passeggia disinvolto tra le lapidi del cimitero di Point Pleasant. luogo del primo avvistamento.

Per questa paccottiglia al confine non già della conoscenza, come recita il sottotitolo di Voyager, ma tra il paganesimo, la superstizione e il pensiero magico, la Rai investe una parte del canone che annualmente versano i contribuenti. Con, in più, quella sottile truffa semantica della parola “conoscenza” nel titolo. Quasi a suggerire che ci sia un fondamento scientifico, una base solida a cui affidarsi e di cui fidarsi.

Questa sbobba, secondo l’Auditel, se la sorbiscono ogni lunedì sera due milioni e mezzo di italiani, in barba a secoli di pensiero razionale, di indagine scientifica, di metodo galileiano. E forse è per questo che la rete ha deciso di premiare il conduttore con la nomina a vice direttore di Rai Due. Gli ascolti pagano, si vede. Ma dal 2009, si legge nei titoli di coda, Voyager riceve anche il Patrocinio del Ministero dei beni culturali. Quel palazzaccio sul Lungotevere da cui il titolare, Sandro Bondi, taglia fondi su fondi alla cultura italiana. E invece Voyager riceve il patrocinio, in qualità di trasmissione di divulgazione culturale.

Se qualcuno riesce a spiegarmi il nesso tra Voyager e la cultura, giuro che vado dal mio psichiatra, prendo il metadone e già tra due lunedì smetto di vedere Rai Due.

P.S. Intanto, per vedere se riesco a disintossicarmi senza aiutini esterni, domani mi rivedo Religioulous, alle 23.00 su Cult.

mercoledì 4 novembre 2009

Una vita fa


Ho scritto quel che segue in un vecchio mio blog cinque anni fa.
Una vita fa.

Nel frattempo ho scoperto che il mondo della musica professionale può sembrare privo di senso. C'è un disco, che ormai considero vecchio, e che invece è ancora inedito e non si sa quando uscirà di preciso. Così mi ritrovo mani in mano a chiedermi come piffero sono finito nell'inattività.
Dopo 5 anni di avventure in giro per il mondo interiore ed esterno, beh, ora ho altre cose da dire! Ma per ora non si può, o almeno è inutile farlo.
Sono lontano da quel mio vecchio traguardo di un disco all'anno, ma tanto lontano, e ho dovuto capire che è "normale" se fai il musicista.
Ma ho dentro così tante storie che esploderò, tante canzoni che non riuscirò mai a scrivere perché so che nessuno le ascolterà per un bel po'.
Tanto, in quel mondo, ha poco a che fare con la musica.
Rivoglio un po' di sano underground.

Ah, ho scoperto anche una cosetta che mi ha lasciato un bel sorriso che ho ancora adesso. Ora come allora l'Hip Hop è la cosa per cui sono stato messo al mondo.

Keep UP!

Io scrivo perché la gente legga.
È la cosa più importante. Sopra questa motivazione c’è solo la necessità di scrivere, perché altrimenti mi scoppia la testa.
Scrivo da quando ho imparato a farlo. Ho scritto il mio primo racconto vero e proprio, che purtroppo ho perso ma che ricordo piuttosto bene, a dieci anni, e già prima mi scrivevo le favole da solo o immaginavo (e buttavo giù nella mia calligrafia, che è sempre stata incerta e sgraziata) storie con i miei personaggi dei fumetti preferiti.
Non è mai stata una difficoltà, anzi, è sempre stato un divertimento immenso ^__^
Poi, a 14 anni, come d’improvviso, il rap.
Certi amori nascono di rapina.
È bastato che mi regalassero un disco, il primo dei Cypress Hill, per incastrarmi definitivamente.
Fino a quel momento avevo riempito un mucchio di pagine, ed erano rimaste in un cassetto. Da quel momento in poi, per me, la scrittura ha perso il suo carattere privato: volevo che altri sentissero.
La musica ha aggiunto alle parole qualcosa che non pensavo nemmeno esistesse, una dimensione estesa. La parola scritta non fa tremare l’aria. La parola cantata sì.
Ed eccomi qui, dieci anni dopo, con un disco in mano.
Il percorso fino a questo punto è stato lungo, tortuoso, interessante come la vita di chiunque altro, con le sue privatissime e intime tragedie, i piccoli ostacoli, le gioie, gli amori, i casini.
In tutto questo due sole costanti: la scrittura e il rap.
Tra ’94 e ‘95 fu una sorta di orgia: conobbi i Beastie Boys, Frankie Hi-NRG, i Public Enemy, gli M.O.P., il Wu-Tang Clan, Snoop Doggy Dogg, Warren G e un mucchio di altri.
Non sapevo ancora bene l’inglese, ma quelle catene di parole cadenzate erano portatrici della fascinazione più densa e incatenante che avessi mai conosciuto. La prima volta che sentii del rap non politicizzato fatto in italiano si accese una lampadina: POTEVO FARLO ANCH’IO. Non era prerogativa degli americani.
Cominciai a scrivere e non mi sono mai più fermato.
Non intendo fermarmi.
Un disco all’anno mi sembra il minimo, dopo aver cercato così a lungo il modo di farlo. Ora che ne ho la possibilità (e forse anche la maturità, ma non ci scommetto) non vedo motivo per non dedicarmi completamente alla cosa per cui sono stato messo al mondo.