
Quel che voglio dire richiede accuratezza perché sia pienamente compreso.
Estrema attenzione.
Estrema attenzione.
È particolarmente complicato. Mi ci è voluto un po’ per capirlo.
Raccontare correttamente ciò che vorrei richiederebbe grafici, tabelle, diagrammi e foto, perché quel che sto per dire è possibile e ha solide basi nel reale, ma necessita di prove per essere creduto. Ce ne sono moltissime, ma non qui. Ho pensato all’argomento per anni e questa è solo la parte finale di un processo di ragionamento il più possibile informato, prolungato e di intensità stabile nel tempo: ci vorrebbe un saggio che non ho le capacità e le conoscenze di scrivere ma, oh, quanto vorrei. Non posso aspettare oltre. Voglio parlarne a qualcuno perché penso di aver realizzato a un livello di dettaglio soddisfacente qualcosa di incredibilmente importante, almeno per me.
Voglio parlare del futuro. Voglio parlare di quello che vedo quando chiudo gli occhi e penso al potenziale della nostra mente. Penso a un tempo che non vedrò, perché sarò morto come un ciocco, ma non importa. Penso a noi gente, tutti noi. L’intera razza umana.
Si tratta di un “noi” particolarmente inclusivo. Solo poche persone comprendono chiaramente che siamo tutti una sola, medesima cosa. Siamo le uniche menti autocoscienti di cui siamo consapevoli su questo o altri pianeti. Siamo l’unica specie del genere Homo degli Hominidae, la grande famiglia delle scimmie antropomorfe. Abbiamo vinto la competizione evolutiva con ogni altra specie di Homo oppure le abbiamo sterminate di nostra mano, tramite puro e semplice genocidio, finché non siamo rimasti soli. Siamo molto giovani, specialmente se confrontiamo la nostra età con i 4,5 miliardi di anni della Terra. I primi esseri umani anatomicamente moderni sono comparsi in Africa solo 200.000 anni fa. Abbiamo cominciato a lasciare segni di cultura solo 50.000 anni fa circa.
La storia in quanto tale è cominciata non più di 7.000 anni fa.
La storia in quanto tale è cominciata non più di 7.000 anni fa.
Siamo ritardatari. Marmocchi, e anche viziati se è per questo. Siamo separati in gruppi e nazioni, spesso in guerra gli uni con gli altri per la possibilità di raschiare freneticamente via dalla superficie del mondo quel che ci occorre per essere certi di essere ancora vivi (o ricchi) domani mattina.
Non siamo in grado di vedere che le nostre divisioni sono causate principalmente dalla scarsa, insignificante durata delle nostre vite. Questa mi sembra una delle cause principali alla base di tutti gli altri problemi che ci troviamo davanti sia quando affrontiamo le sfide personali che quelle globali. Non lotteremmo ciecamente per ottenere vantaggi personali a dispetto delle conseguenze che ciò comporta per l’intera specie, o anche solo per i nostri vicini più prossimi, se sapessimo che saremmo lì a pagarle trecento (o più) anni dopo. Specialmente in questi primi anni del XX1 secolo è sempre più semplice vederci come una comunità globale, comprendere che il mondo continuerà dopo la nostra morte individuale, ma siamo ancora lontani da una profonda consapevolezza sociale e politica di questo concetto. Grazie alle nuove tecnologie di comunicazione abbiamo sviluppato gli utensili intellettuali necessari per cooperare come un insieme unito. Ma non li usiamo. Di solito scegliamo di combatterci l’un l’altro, invece.
Intere nazioni, compattate da una propaganda studiata per ottenere un responso viscerale, provano ad assicurarsi maggiori profitti tramite il conflitto e la competizione, usando la credulità degli individui e portandoli sul facile sentiero dell'eterodirezione, sfruttando la fede con la sua cieca predisposizione a credere nelle menzogne, evitando con ogni mezzo possibile lo sviluppo dell’indagine razionale della realtà. A meno che essa non sia soggetta al precisi, pratici ed economici interessi di parte – nel qual caso smette del tutto di essere razionale, o indagine.
I nostri obiettivi, sia come individui che come società, sono limitati dalla nostra miopia.
E dal mercato.
Il consumismo si radica tramite la propaganda come un regime totalitario. La creazione di finti bisogni e lo sviluppo dell'individualismo (la cui origine va ricercata nell'inurbamento conseguente alla rivoluzione industriale, ma non mi dilungo) hanno ristretto l'orizzonte, ridotto il raggio dei significati a cui gli individui danno importanza. Il capitalismo ci è sfuggito di mano e la governance globale è economica, non più politica. Le multinazionali sono ormai organismi sovranazionali ricchi quantoe più degli Stati, e sono loro gestire la globalizzazione. Per questo è andata male, per questo le disuguaglianze in termini di reddito si sono estese e sono aumentate di intensità. Sono le multinazionali a decidere dell'uso globale delle risorse, il che vuol dire che il controllo del pianeta è stato sottratto agli organismi eletti democraticamente: la Terra è governata da enti privi di ogni rappresentatività democratica, ergo non abbiamo voce in capitolo quando si tratta di discuterne il futuro. Organismi politici sovranazionali come l'ONU sono una barzelletta, una riproduzione dei rapporti di potere esistenti fra Stati sotto ricatto che non si rendono ancora conto di essere stati esautorati dal controllo della loro economia. Ovvio che in un contesto simile l'unità sociale globale sia ancora lontana.
E dal mercato.
Il consumismo si radica tramite la propaganda come un regime totalitario. La creazione di finti bisogni e lo sviluppo dell'individualismo (la cui origine va ricercata nell'inurbamento conseguente alla rivoluzione industriale, ma non mi dilungo) hanno ristretto l'orizzonte, ridotto il raggio dei significati a cui gli individui danno importanza. Il capitalismo ci è sfuggito di mano e la governance globale è economica, non più politica. Le multinazionali sono ormai organismi sovranazionali ricchi quantoe più degli Stati, e sono loro gestire la globalizzazione. Per questo è andata male, per questo le disuguaglianze in termini di reddito si sono estese e sono aumentate di intensità. Sono le multinazionali a decidere dell'uso globale delle risorse, il che vuol dire che il controllo del pianeta è stato sottratto agli organismi eletti democraticamente: la Terra è governata da enti privi di ogni rappresentatività democratica, ergo non abbiamo voce in capitolo quando si tratta di discuterne il futuro. Organismi politici sovranazionali come l'ONU sono una barzelletta, una riproduzione dei rapporti di potere esistenti fra Stati sotto ricatto che non si rendono ancora conto di essere stati esautorati dal controllo della loro economia. Ovvio che in un contesto simile l'unità sociale globale sia ancora lontana.
Ogni azione funzionalmente razionale nel mercato (cioé adeguata allo scopo di far soldi) ha conseguenze imprevedibili. La somma di queste conseguenze è la globalizzazione com'è ora. La nostra capacità di prevedere quali saranno i risultati delle nostre azioni – per poterci quindi comportare in modo sensato – sono offuscate da una bugia infantile che raccontiamo a noi stessi: non importa, tanto noi non saremo lì di persona. Il picco petrolifero, i cambiamenti climatici... è come se tutti credessimo nella favoletta rassicurante che i nostri discendenti se ne occuperanno al posto nostro. O se non loro qualcun altro, qualcuno responsabile, qualcuno che non siamo noi.
Beh, se non capiamo che siamo noi quel qualcuno responsabile di certo i nostri discendenti non ci potranno rimproverare della nostra stupidità. Non saranno lì a farlo. Ci saremo estinti prima.
Noi vivi siamo, in senso del tutto letterale, sovrintendenti della terra. Questo è un fatto, non una ridicola supposizione spirtuale new age. Purtroppo siamo sovrintendenti terribili.
Dovremmo fare piani, veri piani, e invece no. Manco da lontano. Come galline in un pollaio che si restringe, bisticciamo per decidere chi ha diritto a più aria invece di pensare al modo di uscire. Sembriamo molto, molto stupidi. Forse lo siamo.
La cosa mi preoccupa.
Non riesco a capire perché non dovremmo pianificare il nostro futuro per un periodo di almeno alcuni secoli, meglio millenni. Cinque o seicento anni potrebbero essere il minimo indispensabile per programmare azioni di breve e medio termine che ci permettano di costruire un nuovo edificio politico e sociale, di dare vita per prova ed errore a una “permacultura” (il termine appare nella serie di romanzi cosiddetta “Manifold” di Stephen Baxter ed è un neologismo di cui si sentiva il bisogno!). Tale entità è una cultura in grado di rimanere stabile per un periodo di tempo indefinito. Ciò non vorrebbe dire stagnazione, perché una cultura del genere deve necessariamente accettare la diversità e la possibilità di cambiamento per essere certa di non collassare su se stessa al mutare delle condizioni contigenti, ma anche per garantire innovazione, creazione e lo sviluppo di nuove idee, nuove branche della scienza. Sono possibili innumerevoli modelli di organizzazione sociale con queste caratteristiche, non importa quale si adotti: l'importante è che nessuno di essi dovrebbe portare alla distruzione della civiltà che lo adotta. Abbiamo bisogno di imparare l'autentica reciprocità per raggiungere la pace e la stabilità, perché il vecchio detto “non fare agli altri ciò che non vorresti gli altri facessero a te” è un modo ottimo e razionale di preservare sia l'intera specie che i singoli individui. Questo tipo di cultura è il punto di partenza necessario per stabilire uno stato di cooperazione permanente. Costruirla sarà il nostro test di sanità mentale. Se siamo in grado di fare questo tramite procedure di consenso, senza la necessità e il fardello dell'autoritarismo, allora abbiamo quel che serve per continuare a mantenerlo. Dovremmo essere particolarmente attenti a non imporci a chi non vuole un arrangiamento simile e, allo stesso tempo, essere certi che tutti comprendano cosa stiamo facendo e non tenti di fermarci, indipendentemente dai loro sentimenti a riguardo. Devono vedere la realtà che hanno davanti. Dobbiamo lavorare per permettere che un nuovo modo di pensare, sentire e organizzarci, emerga dalla comune consapevolezza che è necessario studiarlo e adottarlo. Forse per la prima volta nella storia dell'umanità abbiamo i mezzi per creare in maniera deliberata un modo di vivere sia globale che egualitario, se non giusto. Un modo di vivere che può essere conseguito solo se realizziamo, oltre ogni ragionevole dubbio, che dobbiamo farlo se vogliamo sopravvivere. Un'intera specie coinvolta in un progetto di ingegneria sociale su se stessa, consapevolmente: non più una minoranza su una maggioranza, non più un'imposizione ma un'impresa intellettuale. Come quella della scienza in quanto tale, ma con oggetto e scopi molto differenti. Questo è il modo, per come la vedo io, di diventare finalmente responsabili di noi stessi, delle nostre azioni, della nostra ininterrotta esistenza futura. Alcune cose sono troppo fondamentali per lasciarle alla nostra irrazionalità, alla fede, alle scelte demenziali operate da individui incapaci di comprendere il danno che infliggono a loro stessi. Potrebbe trattarsi del primo passo collettivo verso una consapevolezza di noi stessi che finora solo pochissimi hanno sperimentato.
Con uno strumento simile potremo avere un'onesta possibilità di competere nella lotta per la sopravvivenza e anche, perché no, prosperare fra le stelle.
Possiamo arrivarci anche prima di elaborare una permacultura. Ho detto che dovremmo pianificare nel lungo termine. Ma quanto lungo? 500 anni è solo l'inizio, è il minimo. Dobbiamo pianificare guardando avanti, centinaia di migliaia di anni avanti, soprattutto per quel che riguarda i fattori economici come le risorse. Il che fornirà le basi per un altro round di pianificazione ancora più profonda ed estensiva.
Potremmo, e io penso che dovremmo, essere su Marte già ora, o avere una base permanente sulla Luna.
Dovremmo sul serio, perché restando su questo pianeta siamo nella stessa situazione dell'equipaggio di una nave interstellare generazionale... cioè un'astronave più lenta della luce, in viaggio verso stelle vicine, i cui occupanti invecchiano e muoiono a bordo, lasciando i loro discendenti a proseguire la traversata.
Pensateci.
Trascorriamo la nostra esistenza in un ambiente chiuso che si autosostiene, ma che dobbiamo mantenere efficiente se vogliamo restare vivi. Abbiamo carburante limitato, risorse limitate e spazio limitato. Trasmettiamo la nostra cultura a ogni successiva generazione per fare sì che la società continui a funzionare, che l'equipaggio resti in salute... con il dettaglio che, di fatto, non stiamo facendo manutenzione all'astronave. Anzi, seminiamo scorie in giro per la plancia come fosse una pattumiera. Non abbiamo ancora realizzato appieno che siamo rinchiusi qui. Non possiamo vedere lo scafo, o il soffitto, solo perché non sono fatti di metallo o cemento. La nostra atmosfera è al contempo la nostra gabbia e il nostro scudo, uno scudo peraltro tragicamente sottile: solo 10 km circa di spessore. La frase “l'unico limite è il cielo” è decisamente claustrofobica, se ci pensate bene.
Beh, possiamo fare brevi passeggiate fuori dalla nostra nave spaziale a forma di pianeta grazie agli shuttle, ma siamo intrappolati in un pozzo gravitazionale che ci costringe a usare rozze e dispendiose esplosioni controllate per sollevare masse insignificanti dal suolo e, con fatica, scagliarle nello spazio. Non è facile e non è economico.
Trovare un modo di lanciare in orbita masse rilevanti a una frazione dei costi attuali è il punto di partenza per l'espansione umana nel sistema solare. E ci serve, questa espansione, perché siamo innumerevoli. Finché non controlleremo il nostro ritmo di crescita fino ad avere una popolazione stabile siamo condannati a cercare nuove terre da colonizzare. La cosa è possibile e penso sia anche fattibile: rappresenta una soluzione, per quanto temporanea, finché non impareremo a controllare le nascite per via sociale.
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