
Quando sento cazzate mi prudono le mani. L'unico modo che conosco per farmi passare il fastidio è scrivere.
Mi riferisco alla discussione intorno alle dichiarazioni di Joanne Maria Pini, compositore e docente di armonia al Conservatorio di Milano, su Facebook.
Il prof, commentando le affermazioni di Giuseppe Pellegrino - Assessore all'Istruzione del Comune di Chieri - relative al fatto che i bambini disabili rallenterebbero l'apprendimento di tutta la classe e andrebbero segregati in comunità, ha detto diverse cose dal tono apparentemente nazista.
Ovviamente (e in parte con ragione) tali affermazioni si sono attirate indignazione e insulti, sia quelle dell'assessore che quelle del prof. Ma se quelle del primo sono esternazioni senza criterio, quelle del secondo sono state in parte fraintese, penso.
SIA CHIARO: io non ho la più pallida idea di quali siano i motivi per cui il prof dice certe cose, quale sia stato il suo percorso per giungere a pensare roba del genere. Lui parla di studi personali, "esoterismo" (O__O), è convinto di essere nel Kali Yuga (l'ultima era del mondo, solite cagate supersitiziose... per una volta induiste invece che maya o azteche) e altre amenità, quindi mi sembra che le sue opinioni abbiano una base questionabile.
Alcune di esse, però, non sono poi così folli.
FERMI!
Non sono un nazista, non predico la soppressione dei disabili e dei "diversi" (ma diversi da chi?), non penso che dovremmo creare razze di superuomini etc.
Seguitemi, ché ora mi spiego.
Per sgombrare il campo da dubbi preciso subito che:
1) non sostengo la posizione demenziale che i bambini disabili in classe rallentino gli altri. È semplicemente falso. È solo una questione di quante brave maestre di sostegno ci sono... non fatemi parlare dello scempio Moratti/Gelmini. Se pure certe classi con disabili rimangono indietro la colpa di sicuro non è dei bimbi;
2) non sostengo che i disabili in vita andrebbero eliminati. Perché? È gente come voi e me, siamo tutti esseri umani. Chi dice il contrario, lui sì è subumano;
3) non sostengo che si dovrebbero ingegnerizzare bambini perfetti, alti, biondi e tutti uguali (sull'eugenetica torniamo dopo, perché il termine evoca mostri che oggi sono per lo più morti);
4) non sostengo la legge del più forte, non penso che i diversamente abili debbano vivere in sordina ed evitare di "pesare" sui "normali": chiunque venga al mondo, qualsiasi la sua condizione sociale e personale, ha tutti i diritti che ho io (o almeno dovrebbe averli) di costruirsi la sua felicità senza impedimenti e dare il migliore contributo che può alla società nella quale è nato. È (o, ai miei occhi, dovrebbe essere) lo scopo e la ragione dell'esistenza dei governi.
Tutto chiaro?
Partiamo.
Innanzitutto è indiscutibile che la selezione naturale riguardante la specie umana (e tutte le altre specie del globo) sia fortemente influenzata dall'azione antropica. Grazie all'industrializzazione massiccia abbiamo sostanzialmente preso in mano le redini della nostra evoluzione. Quelli che parlano di "famiglia naturale", tanto per andare un po' off-topic, mi fanno spisciare dal ridicolo: noi non facciamo quasi più nulla che sia "naturale".
Questo è un concetto che a molti sfugge.
La specie umana ha costruito intorno a sé un ambiente fisico, determinato in primo luogo dalla spinta a soddisfare nel modo più completo possibile le necessità basilari della sopravvivenza, poi da scelte e preferenze eminentemente culturali, che ora è senza dubbio il contesto in cui ci stiamo evolvendo, perché è l'unico. In altre parole, la pressione evolutiva che l'ambiente esercita sulle specie che lo abitano ora è guidata in buona parte dalla mano dell'uomo, che ha costruito le città e modellato il paesaggio per addomesticarlo, perché obbedisse alle sue necessità. La nostra proficienza scientifica ci ha difeso e difende dal freddo operare impersonale della natura creando nuove condizioni, un nuovo contesto, nuove regole e nuovi meccanismi.
Questo ambiente non è formato solo dalle strade e dai palazzi. Esso comprende anche alcune scelte che non sono affatto adattive, in ottica evolutiva, ma che dipendono dal set di valori che si sono storicamente andati sviluppando dopo la seconda guerra mondiale. La diffusione del concetto di "diritti umani" ha portato ad attribuire alla vita umana in generale un valore che impedisce di uccidere chi nasce svantaggiato in partenza.
Il che è una cosa splendida. C'è così tanto potenziale negli individui, indipendentemente dai loro problemi nel trovarlo, svilupparlo ed esprimerlo, che una politica del genere è l'unica sensata perché permette loro di contribuire al bene collettivo. Questo almeno fintanto che nasceranno persone con problemi genetici (anche su questo torniamo dopo).
Il cosiddetto "welfare", insieme alla ricchezza dei Paesi cosiddetti "occidentali" che ne permette l'esistenza, è lo strumento con cui i governi garantiscono ai cittadini i mezzi pratici per implementare i valori umanitari di ogni specifica società. Oggi chi ha handicap fisici o mentali non è più un peso economicamente insostenibile come poteva essere in una tribù di cacciatori/raccoglitori. Almeno da queste parti la maggior parte della gente non vive più al limite della sopravvivenza quotidiana (metto da parte, per ora, le critiche alla politica economica italiana e mondiale >_<). Non c'è bisogno che un individuo svantaggiato badi a se stesso in tutto e per tutto, pena la morte, perché il surplus prodotto dalla società democratica che ha intorno consente alla sua famiglia di mantenerlo e fargli vivere una vita felice. Questo succede anche in Paesi in cui questo surplus è scarso o manca del tutto, proprio perché quei valori di cui ho parlato sono ormai discretamente diffusi ovunque, e in un modo o nell'altro ci si arrangia. O si muore.
Bene, ecco la bomba che vi farà strillare di indignazione: evolutivamente parlando questo è un comportamento pericolosissimo.
Ripeto: evolutivamente. Cioè è pericoloso SOLO dal punto di vista del destino della specie. Se consentiamo a chi a gravi difetti genetici di vivere una vita lunga abbastanza da riprodursi, è un dato di fatto che aumentiamo la probabilità che i casini di cui è portatore si trasmettano ad altri. Se fossimo sottoposti ad una selezione naturale completamente - o quasi - al di fuori del nostro controllo, come poteva essere 2 milioni di anni fa, permettere ai diversamente abili di vivere e riprodursi sarebbe un rischio per l'intera comunità. Nel caso che le condizioni artificiali che abbiamo creato intorno a noi venissero meno questi individui sarebbero i primi a farne le spese.
Quello che il prof ha detto confusamente e in tono provocatorio lo ripropongo come riflessione: facciamo bene? Al di là di ogni considerazione umanitaria, al di là dei nostri valori... facciamo bene?
Ci tengo a precisare che non sostengo, come il prof, che stiamo "decandendo geneticamente", quella mi sembra solo l'affermazione di un ignorante che non sa bene di cosa parla. Dico solo che in effetti noi facciamo, fra le molte cose, quello che nessuna altra specie animale fa, non su questa scala: ci prendiamo cura di individui non autosufficienti, che costano agli Stati e ai singoli tempo, risorse, forza lavoro e denaro.
Benissimo! È uno dei più alti conseguimenti morali dell'umanità. Queste persone esistono. Il problema non è se eliminarle o meno, perché per me la risposta è scontata, il dilemma non si pone. Chi dicesse di volerle eliminare sarebbe un fottuto nazista e stop. Queste persone devono vivere, al meglio che possono e come meglio credono, come tutti.
Ma se il problema fosse un altro? Se il problema non fossero queste persone già in vita, ma il fatto che noi consentiamo, ancora oggi, che ne nascano altre? Che nascano individui di cui dobbiamo occuparci ben oltre l'infanzia e ben prima della senilità? Che spesso conducono vite soggettivamente soddisfacenti, ma altre volte proprio no? Non sarebbe meglio impedire che nascano co nquei problemi? E non parlo di aborto, ma di ingegnaria genetica. Il problema per me non è morale, ma puramente medico. Abbiamo (quasi) la tecnologia, perché non farlo?
Sì, sì, conosco l'obiezione principale: "questa è eugenetica! L'eugenetica è nazismo!" No, oggigiorno non lo è, e se lo affermate vuol dire che non conoscete l'esatto significato del termine e tantomeno il percorso storico dell'operatività scientifica che descrive. In senso lato è eugenetica anche il controllo delle nascite, che reputo puro buon senso e non mi sembra venga accolto con grande sfavore generale (sempre che non siate baciapile, ovvio).
Un tempo l'eugenetica sì, significava nazismo. Era quella che Daniel Kevles chiama "mainline eugenics", cioè un'eugenetica di natura coercitiva che usa le sterilizzazioni, che nasce da un marcato pregiudizio di classe e di razza, dall'impiego di metodologie scientificamente infondate (frenologia, pedigrees e cazzate simili).
Poi siamo passati per la "reform eugenics", critica nei confronti del pregiudizio razzista o classista ma pur sempre legata ad un progetto politico di miglioramento della specie umana.
Oggi viviamo nell'epoca della "new eugenics", contraddistinta dal rifiuto dell'intervento pubblico in materia di riproduzione umana e dal riconoscimento dell'autonomia riproduttiva dell'individuo all'interno del rapporto medico-paziente.
Davvero c'è il rischio, in una società solidamente democratica, che ci si metta a progettare geneticamente "il futuro della razza"? Forse sì.
Ma forse no. Qui non si tratta di ostacolare la riproduzione degli "inadatti", si tratta di somministrare terapie geniche a un feto per fare in modo che non presenti gravissime malattie degenerative e debilitanti.
Non è la stessa cosa che "ordinare" un bambino "à la carte", specificando le caratteristiche che dovrà avere nel minimo dettaglio, come dicono tanti "genecatastrofisti". Non mi sembra nazismo, ma la semplice applicazione di una scoperta scientifica in campo medico, allo scopo di aumentare la salute e migliorare la vita dei singoli e della collettività.
La domanda è se riusciremo, come individui, a resistere a questa tentazione.
Finché non ci proveremo non lo sapremo mai.
La genetica è uno strumento. L'uso che se ne fa dipende sempre da noi. La stessa ricerca che ci permette di sintetizzare antibiotici ci permette di creare armi batteriologiche. Quindi basta antibiotici? Non credo.
Infine voglio rivolgermi alle coppie, specialmente quelle che pianificano un pupo. Se uno di voi due fosse portatore di una malattia genetica debilitante, col serio rischio che si trasmetta al bambino, cosa fareste?
Vi abbandonereste al fatalismo fideistico stile "volontà di dio" oppure cerchereste un modo per assicurarvi che il vostro futuro pupetto sia sano come un pesce?
Aiutatemi a capire cosa pensate. A me sembra che l'eugenetica oggi sia non solo sensata, ma necessaria. Basta che smettiamo di usare etichette che non hanno più senso.
Mi riferisco alla discussione intorno alle dichiarazioni di Joanne Maria Pini, compositore e docente di armonia al Conservatorio di Milano, su Facebook.
Il prof, commentando le affermazioni di Giuseppe Pellegrino - Assessore all'Istruzione del Comune di Chieri - relative al fatto che i bambini disabili rallenterebbero l'apprendimento di tutta la classe e andrebbero segregati in comunità, ha detto diverse cose dal tono apparentemente nazista.
Ovviamente (e in parte con ragione) tali affermazioni si sono attirate indignazione e insulti, sia quelle dell'assessore che quelle del prof. Ma se quelle del primo sono esternazioni senza criterio, quelle del secondo sono state in parte fraintese, penso.
SIA CHIARO: io non ho la più pallida idea di quali siano i motivi per cui il prof dice certe cose, quale sia stato il suo percorso per giungere a pensare roba del genere. Lui parla di studi personali, "esoterismo" (O__O), è convinto di essere nel Kali Yuga (l'ultima era del mondo, solite cagate supersitiziose... per una volta induiste invece che maya o azteche) e altre amenità, quindi mi sembra che le sue opinioni abbiano una base questionabile.
Alcune di esse, però, non sono poi così folli.
FERMI!
Non sono un nazista, non predico la soppressione dei disabili e dei "diversi" (ma diversi da chi?), non penso che dovremmo creare razze di superuomini etc.
Seguitemi, ché ora mi spiego.
Per sgombrare il campo da dubbi preciso subito che:
1) non sostengo la posizione demenziale che i bambini disabili in classe rallentino gli altri. È semplicemente falso. È solo una questione di quante brave maestre di sostegno ci sono... non fatemi parlare dello scempio Moratti/Gelmini. Se pure certe classi con disabili rimangono indietro la colpa di sicuro non è dei bimbi;
2) non sostengo che i disabili in vita andrebbero eliminati. Perché? È gente come voi e me, siamo tutti esseri umani. Chi dice il contrario, lui sì è subumano;
3) non sostengo che si dovrebbero ingegnerizzare bambini perfetti, alti, biondi e tutti uguali (sull'eugenetica torniamo dopo, perché il termine evoca mostri che oggi sono per lo più morti);
4) non sostengo la legge del più forte, non penso che i diversamente abili debbano vivere in sordina ed evitare di "pesare" sui "normali": chiunque venga al mondo, qualsiasi la sua condizione sociale e personale, ha tutti i diritti che ho io (o almeno dovrebbe averli) di costruirsi la sua felicità senza impedimenti e dare il migliore contributo che può alla società nella quale è nato. È (o, ai miei occhi, dovrebbe essere) lo scopo e la ragione dell'esistenza dei governi.
Tutto chiaro?
Partiamo.
Innanzitutto è indiscutibile che la selezione naturale riguardante la specie umana (e tutte le altre specie del globo) sia fortemente influenzata dall'azione antropica. Grazie all'industrializzazione massiccia abbiamo sostanzialmente preso in mano le redini della nostra evoluzione. Quelli che parlano di "famiglia naturale", tanto per andare un po' off-topic, mi fanno spisciare dal ridicolo: noi non facciamo quasi più nulla che sia "naturale".
Questo è un concetto che a molti sfugge.
La specie umana ha costruito intorno a sé un ambiente fisico, determinato in primo luogo dalla spinta a soddisfare nel modo più completo possibile le necessità basilari della sopravvivenza, poi da scelte e preferenze eminentemente culturali, che ora è senza dubbio il contesto in cui ci stiamo evolvendo, perché è l'unico. In altre parole, la pressione evolutiva che l'ambiente esercita sulle specie che lo abitano ora è guidata in buona parte dalla mano dell'uomo, che ha costruito le città e modellato il paesaggio per addomesticarlo, perché obbedisse alle sue necessità. La nostra proficienza scientifica ci ha difeso e difende dal freddo operare impersonale della natura creando nuove condizioni, un nuovo contesto, nuove regole e nuovi meccanismi.
Questo ambiente non è formato solo dalle strade e dai palazzi. Esso comprende anche alcune scelte che non sono affatto adattive, in ottica evolutiva, ma che dipendono dal set di valori che si sono storicamente andati sviluppando dopo la seconda guerra mondiale. La diffusione del concetto di "diritti umani" ha portato ad attribuire alla vita umana in generale un valore che impedisce di uccidere chi nasce svantaggiato in partenza.
Il che è una cosa splendida. C'è così tanto potenziale negli individui, indipendentemente dai loro problemi nel trovarlo, svilupparlo ed esprimerlo, che una politica del genere è l'unica sensata perché permette loro di contribuire al bene collettivo. Questo almeno fintanto che nasceranno persone con problemi genetici (anche su questo torniamo dopo).
Il cosiddetto "welfare", insieme alla ricchezza dei Paesi cosiddetti "occidentali" che ne permette l'esistenza, è lo strumento con cui i governi garantiscono ai cittadini i mezzi pratici per implementare i valori umanitari di ogni specifica società. Oggi chi ha handicap fisici o mentali non è più un peso economicamente insostenibile come poteva essere in una tribù di cacciatori/raccoglitori. Almeno da queste parti la maggior parte della gente non vive più al limite della sopravvivenza quotidiana (metto da parte, per ora, le critiche alla politica economica italiana e mondiale >_<). Non c'è bisogno che un individuo svantaggiato badi a se stesso in tutto e per tutto, pena la morte, perché il surplus prodotto dalla società democratica che ha intorno consente alla sua famiglia di mantenerlo e fargli vivere una vita felice. Questo succede anche in Paesi in cui questo surplus è scarso o manca del tutto, proprio perché quei valori di cui ho parlato sono ormai discretamente diffusi ovunque, e in un modo o nell'altro ci si arrangia. O si muore.
Bene, ecco la bomba che vi farà strillare di indignazione: evolutivamente parlando questo è un comportamento pericolosissimo.
Ripeto: evolutivamente. Cioè è pericoloso SOLO dal punto di vista del destino della specie. Se consentiamo a chi a gravi difetti genetici di vivere una vita lunga abbastanza da riprodursi, è un dato di fatto che aumentiamo la probabilità che i casini di cui è portatore si trasmettano ad altri. Se fossimo sottoposti ad una selezione naturale completamente - o quasi - al di fuori del nostro controllo, come poteva essere 2 milioni di anni fa, permettere ai diversamente abili di vivere e riprodursi sarebbe un rischio per l'intera comunità. Nel caso che le condizioni artificiali che abbiamo creato intorno a noi venissero meno questi individui sarebbero i primi a farne le spese.
Quello che il prof ha detto confusamente e in tono provocatorio lo ripropongo come riflessione: facciamo bene? Al di là di ogni considerazione umanitaria, al di là dei nostri valori... facciamo bene?
Ci tengo a precisare che non sostengo, come il prof, che stiamo "decandendo geneticamente", quella mi sembra solo l'affermazione di un ignorante che non sa bene di cosa parla. Dico solo che in effetti noi facciamo, fra le molte cose, quello che nessuna altra specie animale fa, non su questa scala: ci prendiamo cura di individui non autosufficienti, che costano agli Stati e ai singoli tempo, risorse, forza lavoro e denaro.
Benissimo! È uno dei più alti conseguimenti morali dell'umanità. Queste persone esistono. Il problema non è se eliminarle o meno, perché per me la risposta è scontata, il dilemma non si pone. Chi dicesse di volerle eliminare sarebbe un fottuto nazista e stop. Queste persone devono vivere, al meglio che possono e come meglio credono, come tutti.
Ma se il problema fosse un altro? Se il problema non fossero queste persone già in vita, ma il fatto che noi consentiamo, ancora oggi, che ne nascano altre? Che nascano individui di cui dobbiamo occuparci ben oltre l'infanzia e ben prima della senilità? Che spesso conducono vite soggettivamente soddisfacenti, ma altre volte proprio no? Non sarebbe meglio impedire che nascano co nquei problemi? E non parlo di aborto, ma di ingegnaria genetica. Il problema per me non è morale, ma puramente medico. Abbiamo (quasi) la tecnologia, perché non farlo?
Sì, sì, conosco l'obiezione principale: "questa è eugenetica! L'eugenetica è nazismo!" No, oggigiorno non lo è, e se lo affermate vuol dire che non conoscete l'esatto significato del termine e tantomeno il percorso storico dell'operatività scientifica che descrive. In senso lato è eugenetica anche il controllo delle nascite, che reputo puro buon senso e non mi sembra venga accolto con grande sfavore generale (sempre che non siate baciapile, ovvio).
Un tempo l'eugenetica sì, significava nazismo. Era quella che Daniel Kevles chiama "mainline eugenics", cioè un'eugenetica di natura coercitiva che usa le sterilizzazioni, che nasce da un marcato pregiudizio di classe e di razza, dall'impiego di metodologie scientificamente infondate (frenologia, pedigrees e cazzate simili).
Poi siamo passati per la "reform eugenics", critica nei confronti del pregiudizio razzista o classista ma pur sempre legata ad un progetto politico di miglioramento della specie umana.
Oggi viviamo nell'epoca della "new eugenics", contraddistinta dal rifiuto dell'intervento pubblico in materia di riproduzione umana e dal riconoscimento dell'autonomia riproduttiva dell'individuo all'interno del rapporto medico-paziente.
Davvero c'è il rischio, in una società solidamente democratica, che ci si metta a progettare geneticamente "il futuro della razza"? Forse sì.
Ma forse no. Qui non si tratta di ostacolare la riproduzione degli "inadatti", si tratta di somministrare terapie geniche a un feto per fare in modo che non presenti gravissime malattie degenerative e debilitanti.
Non è la stessa cosa che "ordinare" un bambino "à la carte", specificando le caratteristiche che dovrà avere nel minimo dettaglio, come dicono tanti "genecatastrofisti". Non mi sembra nazismo, ma la semplice applicazione di una scoperta scientifica in campo medico, allo scopo di aumentare la salute e migliorare la vita dei singoli e della collettività.
La domanda è se riusciremo, come individui, a resistere a questa tentazione.
Finché non ci proveremo non lo sapremo mai.
La genetica è uno strumento. L'uso che se ne fa dipende sempre da noi. La stessa ricerca che ci permette di sintetizzare antibiotici ci permette di creare armi batteriologiche. Quindi basta antibiotici? Non credo.
Infine voglio rivolgermi alle coppie, specialmente quelle che pianificano un pupo. Se uno di voi due fosse portatore di una malattia genetica debilitante, col serio rischio che si trasmetta al bambino, cosa fareste?
Vi abbandonereste al fatalismo fideistico stile "volontà di dio" oppure cerchereste un modo per assicurarvi che il vostro futuro pupetto sia sano come un pesce?
Aiutatemi a capire cosa pensate. A me sembra che l'eugenetica oggi sia non solo sensata, ma necessaria. Basta che smettiamo di usare etichette che non hanno più senso.
