martedì 13 novembre 2012

Io (non) ho paura


Io ho paura.
Tanta, di continuo.
Non mi riferisco alla fobie, come quella per gli insetti di cui soffro fin da bambino. Parlo alla lettera di uno "stato emotivo di turbamento e repulsione nei confronti di una cosa che è o viene considerata dannosa o pericolosa".

Di cosa ho paura? Non lo dirò ora. Prima voglio spiegare come sono arrivato ad avere paura.

Se non lo sapete ve lo confesso: mi sento spesso come Sheldon Cooper.
Per me gli esseri umani sono un mistero insondabile.
Fin da bambino mi sono accorto che i comportamenti delle persone intorno a me cambiavano a seconda delle circostanze e dei partecipanti all'interazione. Se esprimevo i miei pensieri dicendo qualcosa di inaspettatamente intelligente o esatto gli adulti ridevano. Mi scompigliavano i capelli e si chiedevano dove avessi sentito quei paroloni. Non mi prendevano sul serio. Se la stessa identica cosa era detta da un adulto assumeva una rilevanza del tutto diversa, anche se i processi mentali con cui eravamo giunti alla medesima conclusione erano stati sostanzialmente gli stessi.

Capirete che a un bambino persino più curioso della media la cosa sembrava strana. Feci anche dei precisi esperimenti, annotandomi le reazioni a considerazioni che gli adulti sentivano in TV e poi, a distanza di giorni, ripetendole a proposito in qualche conversazione. Ridevano.

Prima che fraintendiate: non ho paura degli adulti (sono uno di loro, adesso :D), e nemmeno di non essere preso in considerazione. Sto solo provando a dare un'idea di quanto sconcertante fosse il mondo per me, specialmente per quanto riguarda l'interazione con gli altri. Nel caso esposto mi sono reso conto che il mio status di bambino determinava un set di reazioni che non avevano a che fare con me personalmente, né con il contenuto della mia comunicazione: erano causate dal pregiudizio che un bambino non possa capire certi argomenti perché, si presuppone, sono "troppo complessi".
Questo è un problema che mi accompagna ancora oggi.
Da preadolescente, infatti, iniziai un processo che, a ripensarci, mi stupisce essere stato in grado di portare a termine (non che poi possa veramente finire, è sempre una lavoro in corso e richiede vigilanza). Ho sistematicamente disimparato tutte le assunzioni date per scontate che avevo appreso dall'autorità degli adulti e ho sottoposto ogni cosa alla lente dello scetticismo. Ho imparato da me. Dopotutto se gli altri si sbagliavano nell'ignorare le pur sensate parole di un bambino (e io sapevo che si sbagliavano!) avrebbero potuto errare in altri ambiti. Quello che mi insegnavano poteva non avere alcun fondamento... e ciò poteva mettermi nei guai! Dal mio punto di vista, quindi, l'argomento meritava un'analisi approfondita.
Fu un'illuminazione la cui fiamma è accesa ancora oggi. È a partire da lì che ho cominciato a cercare il significato soggettivo che, intenzionalmente o meno, i miei interlocutori mettevano dietro le parole proferite. Non ho ancora smesso.
Per fare un esempio potrei parlare di uno degli aspetti che mi affascinò da subito, cioè quello delle relazioni fra i sessi (ero ragazzino, checcevoifa'). Mi hanno insegnato differenze, contrapposizione, vasti golfi di incomunicabilità e praterie di incomprensione: uomini da Marte, donne da Venere. Stronzate della peggior specie, a posteriori. Quando mi sono accostato alla questione (e cioè alle ragazze) tenendo i pregiudizi già imparati sul fondo della mia mente ho scoperto esseri umani come me. Che però si comportavano come se quei pregiudizi fossero reali, che si sforzavano di aderire al modello di femminilità (o mascolinità, in modo complementare) passato loro dalle famiglie, dai pari, dalla scuola, anche in casi in cui, sotto sotto, se ne fregavano. Però così facendo rendevano reali quei pregiudizi e contribuivano alla loro diffusione e perpetuazione.

Sì, sto divagando. Ancora un po', poi arrivo al punto.

Un altro aspetto di questa questione lo sa chi mi conosce: la mia domanda più frequente è "che cosa intendi?". Tanto frequente che anche chi mi ama mi strangolerebbe volentieri, in certi momenti. A loro devo le mie più sincere scuse: so di essere insopportabilmente tremendo. D'altro canto non potrei assumere questa posizione nei confronti degli altri se non agissi di conseguenza in prima persona, quindi ogni volta che parlo mi preoccupo di rendere espliciti i significati dietro le parole che pronuncio.
Questo vuol dire usare altre parole per spiegarmi e assicurarmi che quello che intendo arrivi correttamente. Per questo sono prolisso, specialmente quando scrivo. Il lato positivo è che quel che dico corrisponde rigorosamente a quello che penso e cerco sempre di essere del tutto trasparente: positivo perché forse, ora che ci rifletto, questo potrebbe essere tutto ciò che permette a chi mi ama di perdonare la mia tendenza a complicare le discussioni. Rimane il fatto che, ai miei occhi, lo scopo principale dell'interazione è quello di entrare in contatto con un altro essere umano nel modo più denso possibile. È godere dell'interazione stessa. Conoscere, comprendere, farmi comprendere: è una delle gioie più grandi che ho.

Se non è chiaro cosa intendo quando dico che mi spiego, ecco un esempio (sciocco) della differenza che c'è fra parole pronunciate e significati non espressi: dire che oggi "è una bella giornata" può significare molte cose diverse. C'è un bel tempo atmosferico? Bello per chi? O è una bella giornata perché è accaduto qualcosa di bello? A chi? O è una bella giornata a prescindere da ogni accadimento nel mondo materiale, perché ha una sua "bellezza intrinseca"? Se una banalità come una forma di saluto contiene tutti questi assunti di base sottaciuti, figuriamoci affermazioni più complesse. Il significato che io conferisco a un'espressione può non essere quello che le conferisce chi quell'espressione assume.

Ovviamente non faccio di questi discorsi di continuo o renderei la vita impossibile a chiunque mi incontri. Uno che invece ci si dedicava per lavoro era Harold Garfinkel, il padre dell'etnometodologia. Vi consiglio di leggere uno qualsiasi dei suoi lavori se volete rendervi conto di quanti significati comuni sottaciuti, quante preconoscenze, quanti luoghi comuni non discussi utilizziamo incosciamente nella nostra comunicazione di tutti i giorni.

Torniamo al nucleo del discorso.
Una volta imparato che quello che si dice e quello che in realtà si intende sono due cose spesso radicalmente diverse (anche al di là dei casi di menzogna), non si torna più indietro.
Non è un caso che abbia intrapreso certi studi. Ho cominciato a interessarmi di sociologia esattamente per questo motivo: comprendere le persone.
A dodici anni di distanza posso dire che non mi è servito assolutamente a nulla al di fuori della ricerca scientifica. Nessun vantaggio concreto. Non sono in grado di indovinare i significati nascosti dietro quello che mi dicono. Non sono in grado di intuire le motivazioni inespresse dietro l'agire delle persone perché non penso le relazioni in termini di tornaconto, tantomeno personale.
Questo mi pone un grande problema perché A) tutti sembrano più bravi di me a dire cose che non pensano e B) la decostruzione dei pregiudizi e l'esplicitazione del non detto hanno come effetto collaterale l'onestà.
Niente di male in ciò, si accordava e si accorda con la mia visione del mondo: mia madre mi ha insegnato, e io ne convengo, che l'onesta ha senso ed è una virtù. Va a beneficio di tutti coloro che l'adottano, se quasi tutti la adottano. Purtroppo, ahimé, per la maggior parte degli altri così non è e questo va a mio detrimento.
È un difetto. Grave. Un handicap evidente. Sono un ingenuo perché a me interessa capire gli altri, non sfruttarli in maniera implicita per averne vantaggi.
La forma mentis che mi impedisce di esprimermi oscuramente è la stessa che mi impedisce di capire quando qualcuno lo fa con me. Ecco, questa è la cosa di cui ho paura: ogni volta che mi rapporto con qualcuno esiste la concreta possibilità che si stia aprofittando di me e io non me ne renda conto. Non sono sveglio né furbo.
Così quando questo accade e scopro che qualcuno mi ha fottuto usando termini ambigui, forzando in me una certa interpretazione e guardandosi bene dal comunicarmi quale fosse la sua... ecco, lì ho paura. Ho paura perché dopo la scoperta non so come prevenire futuri casi. Il modo di pensare di queste persone è per me un mistero inquietante, alieno, incomprensibile.
Non ho mai idea di cosa si inventeranno la volta dopo per fottermi. Dormo poco, mangio meno e penso ossessivamente a tutti i possibili modi (che di norma non mi verrebbero mai in mente) in cui possono ritorcere contro di me quel che ho detto, o usarmi senza che me ne accorga. Senza alcun effetto, perché manco del loro tipo di intelligenza e di certo ho meno immaginazione.

Ma, nel contempo, io non ho paura.
Non ho paura perché agisco in maniera del tutto trasparente e quindi non ho nulla da nascondere.
Non ho paura perché ho la coscienza a posto.
Non ho paura perché ho dalla mia la forza della verità.
Non ho paura perché non importa quali sotterfugi vengano usati contro di me, non importa come vengano sfruttate le mie debolezze, se so di avere ragione nulla mi può fermare.
Non ho paura perché posso reagire e lo faccio con forza. Con furore.
Non ho paura perché intorno a me ci sono persone che mi rendono saldo, mi sanno consigliare, aiutare, comprendere, su un piede di parità, senza intenti predatori.
Posso trovarmi davanti strateghi migliori di me, ma non potranno capire il mio modo di ragionare perché ai loro occhi è tanto opaco quanto lo è il loro per me.
Non ho paura perché non possono vincere contro la furia di una persona onesta.
Posso anche avere paura, ma non ho paura.

4 commenti:

  1. Ti capisco assai.
    E cercherò di ridere di meno quando mio figlio dice qualcosa d'intelligente.
    Anche se 1) a lui piace farci ridere ^_^
    2) ridiamo dicendo "accidenti come sei intelligente! siamo fieri di te...", quindi ho la presunzione di credere che sia un pochino diverso...

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